sabato 28 aprile 2012
sabato 21 aprile 2012
In occasione del Record Store Day: amarcord 1/Milano
Approfitto dell'occasione del Record Store Day che si celebra oggi per cominciare a fare due chiacchiere sui negozio di dischi in cui ho passato "qualche ora" della mia vita, spiluccando tra i cd o i vinili, tra gli album e i singoli, in cerca tanto della novità quanto della chicca, della rarità introvabile e "d'importazione"... Tutti termini sconosciuti alle generazioni d'oggi, che la musica la trovano in rete senza sforzo e spesso senza pagare un euro.
Voglio iniziare con un amarcord sui negozi milanesi in cui ho trascorso i miei anni belli: quelli della nascita della passione per la musica, dell'esplorazione di questo nuovo mondo. Quando, studente squattrinato, dovevo decidere per quale disco spendere i pochi soldi disponibili e a quali invece rinunciare, quando cercavo la canzone sentita alla radio, di notte, e ne parlavo poi con gli amici la sera scambiando opinioni e suggerimenti.
I primi negozi in cui ho passato ore a cercare vinili (sembra un'altra era geologica, ma davvero quando ero al liceo i cd non erano ancora in commercio...) sono Rasputin, in piazza Cinque Giornate, e Mariposa in piazza Medaglie d'Oro (quest'ultimo aveva una sede anche in Duomo, nella galleria sotterranea della metro: onestamente sono secoli che non passo di lì e non so se ci sia ancora). Il primo, immortalato anche da una mitica scena nel primo film di Antonio Albanese, purtroppo non esiste più, sostituito da uno dei millemila Benetton della città: ricordo le pareti zeppe di vinili, e io che cercavo la costina delle mie prime scoperte discografiche. Quella in cui mi fiondavo direttamente era la parete in fondo a sinistra: ricordo distintamente di averci trovato praticamente l'opera omnia di Lou Reed. I cd, allora merce rara e "di nicchia", erano disposti per lo più al bancone all'ingresso, dove rimasero le novità anche quando il vinile poco a poco scomparve e le pareti si riempirono di cd.
Mariposa era più commerciale, ma teneva molti singoli in formato 12": completai lì la raccolta di "maxisingle" di Prince, zeppi di B-sides stratosferiche, epoca Purple Rain-Sign of the Times.
I Navigli erano l'altra miniera d'oro: il Discomane aveva l'ira di dio di usato, in cd e in vinile, e in sottofondo si poteva ascoltare musica per lo più Seventies e southern rock (d'altronde bastava guardare in faccia i - non simpaticissimi - gestori per non avere sorprese). Il Discomane c'è ancora, sempre con un'aria da scantinato maleodorante e con lo stesso strato di polvere che ricopre tutto, i suoi dischi tenuti maluccio, ma può riservare belle sorprese se si ha la pazienza di cercare. I singoli dei Cramps, tra le altre cose, li ho comprati tutti lì. Poi, naturalmente c'era il Libraccio, nella sua sede storica, c'é ancora e si è ampliato e moltiplicato, che dio l'abbia in gloria.
Ai tempi dell'università aumentò il consumo di musica e scoprii nuove frontiere musicali: i negozi per così dire "mainstream" non mi bastavano più. Il classico giro dell'epoca (noleggio cd di via Soncino a parte) era: da Supporti Fonografici in Porta Ticinese a dare un'occhiata alle novità indie, poi da Psycho a comprare a un prezzo decisamente più abbordabile. Quelli di Psycho avevano l'indubbio vantaggio della simpatia e una discreta offerta di usato; Carlo Villa e i soci di Supporti non brillavano per affabilità ma avevano dalla loro un catalogo decisamente più amplio, soprattutto di chicche d'importazione in anni in cui, ripeto, l'accessibilità woldwide di internet era di là da venire. Psycho si é trasferito da anni dalla sede storica di Molino delle Armi e ora vedo che é in via Zamenhof, dove non sono mai stato ma da dove mi dicono che continua a combattere la battaglia per la buona musica; Supporti ha chiuso i battenti da tempo dopo anni di agonia (ricordo ancora la tristezza che mi prese l'ultima volta che ci entrai, com'era cambiato!) e tentativi mal riusciti di trasformarsi in negozio online, loro che tra i primi avevano iniziato a vendere per posta titoli import. Poi c'era (e c'è) Buscemi: ogni tanto ci andavo quando facevo il pendolare passando da Cadorna, più per comodità che per effettivo piacere. Mai più messo piede da allora: ci sono passato davanti da poco ma non mi ha ispirato l'entrata... Chissà invece se resiste Metropolis, altro paradiso dell'usato, in via Padova dove andavo apposta il sabato mattina lasciando spesso la macchina parcheggiata in qualche modo e rischiando di lasciare in multe quello che risparmiavo comprando usato anzichè nuovo...
Ormai, lo ammetto, compro la gran parte dei cd su internet: tra play.com, amazon.it e affini, la spedizione di una novità dall'Australia costa meno che non andare a comprare in un grande magazzino del centro, anche se non ho mai smesso di bazzicare per negozi come una volta. Quando rientro a Milano un giro alla Fnac di via Torino lo faccio sempre, perché bisogna ammettere che é ben fornita, ha prezzi discreti e spesso ottime offerte. Evitare come la peste invece, Mondadori e sopratutto Ricordi/Feltrinelli. Resta il Libraccio, sempre ottimo per l'usato (soprattutto nel negozio di Vittorio Veneto ma anche in quello di via Arconati, sotto casa dei miei). Sabato scorso ero dalle parti di Porta Genova e sono tornato dopo anni da Rossetti, in via Cesare da Sesto, e davvero sembrava di essere tornati nel 1995: Aaron e suo padre Maurizio sempre a discutere dentro il banco con le loro voci inconfondibili, lo stesso spazio angusto, i libretti dei cd disposti con lo stesso identico criterio di allora: mi sono persino ritrovato a comprare "Sempre più vicini" dei Casino Royale e un album dei Ride, che non ascoltavo da allora. Un salto nel tempo, e il piacere di sempre nel "perdere tempo" a spulciare tra gli scaffali, toccare e sbirciare le note e i credits, ritrovarsi le dita impolverate e il naso che cola per l'allergia, e uscire col sorriso tra le labbra sfogliando il libretto dell'ultimo, preziosissimo acquisto.
Poveri ragazzi d'oggi, é un piacere che nell'epoca del download forse non proveranno mai, e non sanno cosa si sono persi.
Evviva i dischi e chi li vende!
Voglio iniziare con un amarcord sui negozi milanesi in cui ho trascorso i miei anni belli: quelli della nascita della passione per la musica, dell'esplorazione di questo nuovo mondo. Quando, studente squattrinato, dovevo decidere per quale disco spendere i pochi soldi disponibili e a quali invece rinunciare, quando cercavo la canzone sentita alla radio, di notte, e ne parlavo poi con gli amici la sera scambiando opinioni e suggerimenti.
I primi negozi in cui ho passato ore a cercare vinili (sembra un'altra era geologica, ma davvero quando ero al liceo i cd non erano ancora in commercio...) sono Rasputin, in piazza Cinque Giornate, e Mariposa in piazza Medaglie d'Oro (quest'ultimo aveva una sede anche in Duomo, nella galleria sotterranea della metro: onestamente sono secoli che non passo di lì e non so se ci sia ancora). Il primo, immortalato anche da una mitica scena nel primo film di Antonio Albanese, purtroppo non esiste più, sostituito da uno dei millemila Benetton della città: ricordo le pareti zeppe di vinili, e io che cercavo la costina delle mie prime scoperte discografiche. Quella in cui mi fiondavo direttamente era la parete in fondo a sinistra: ricordo distintamente di averci trovato praticamente l'opera omnia di Lou Reed. I cd, allora merce rara e "di nicchia", erano disposti per lo più al bancone all'ingresso, dove rimasero le novità anche quando il vinile poco a poco scomparve e le pareti si riempirono di cd.
Mariposa era più commerciale, ma teneva molti singoli in formato 12": completai lì la raccolta di "maxisingle" di Prince, zeppi di B-sides stratosferiche, epoca Purple Rain-Sign of the Times.I Navigli erano l'altra miniera d'oro: il Discomane aveva l'ira di dio di usato, in cd e in vinile, e in sottofondo si poteva ascoltare musica per lo più Seventies e southern rock (d'altronde bastava guardare in faccia i - non simpaticissimi - gestori per non avere sorprese). Il Discomane c'è ancora, sempre con un'aria da scantinato maleodorante e con lo stesso strato di polvere che ricopre tutto, i suoi dischi tenuti maluccio, ma può riservare belle sorprese se si ha la pazienza di cercare. I singoli dei Cramps, tra le altre cose, li ho comprati tutti lì. Poi, naturalmente c'era il Libraccio, nella sua sede storica, c'é ancora e si è ampliato e moltiplicato, che dio l'abbia in gloria.
Ai tempi dell'università aumentò il consumo di musica e scoprii nuove frontiere musicali: i negozi per così dire "mainstream" non mi bastavano più. Il classico giro dell'epoca (noleggio cd di via Soncino a parte) era: da Supporti Fonografici in Porta Ticinese a dare un'occhiata alle novità indie, poi da Psycho a comprare a un prezzo decisamente più abbordabile. Quelli di Psycho avevano l'indubbio vantaggio della simpatia e una discreta offerta di usato; Carlo Villa e i soci di Supporti non brillavano per affabilità ma avevano dalla loro un catalogo decisamente più amplio, soprattutto di chicche d'importazione in anni in cui, ripeto, l'accessibilità woldwide di internet era di là da venire. Psycho si é trasferito da anni dalla sede storica di Molino delle Armi e ora vedo che é in via Zamenhof, dove non sono mai stato ma da dove mi dicono che continua a combattere la battaglia per la buona musica; Supporti ha chiuso i battenti da tempo dopo anni di agonia (ricordo ancora la tristezza che mi prese l'ultima volta che ci entrai, com'era cambiato!) e tentativi mal riusciti di trasformarsi in negozio online, loro che tra i primi avevano iniziato a vendere per posta titoli import. Poi c'era (e c'è) Buscemi: ogni tanto ci andavo quando facevo il pendolare passando da Cadorna, più per comodità che per effettivo piacere. Mai più messo piede da allora: ci sono passato davanti da poco ma non mi ha ispirato l'entrata... Chissà invece se resiste Metropolis, altro paradiso dell'usato, in via Padova dove andavo apposta il sabato mattina lasciando spesso la macchina parcheggiata in qualche modo e rischiando di lasciare in multe quello che risparmiavo comprando usato anzichè nuovo...
Ormai, lo ammetto, compro la gran parte dei cd su internet: tra play.com, amazon.it e affini, la spedizione di una novità dall'Australia costa meno che non andare a comprare in un grande magazzino del centro, anche se non ho mai smesso di bazzicare per negozi come una volta. Quando rientro a Milano un giro alla Fnac di via Torino lo faccio sempre, perché bisogna ammettere che é ben fornita, ha prezzi discreti e spesso ottime offerte. Evitare come la peste invece, Mondadori e sopratutto Ricordi/Feltrinelli. Resta il Libraccio, sempre ottimo per l'usato (soprattutto nel negozio di Vittorio Veneto ma anche in quello di via Arconati, sotto casa dei miei). Sabato scorso ero dalle parti di Porta Genova e sono tornato dopo anni da Rossetti, in via Cesare da Sesto, e davvero sembrava di essere tornati nel 1995: Aaron e suo padre Maurizio sempre a discutere dentro il banco con le loro voci inconfondibili, lo stesso spazio angusto, i libretti dei cd disposti con lo stesso identico criterio di allora: mi sono persino ritrovato a comprare "Sempre più vicini" dei Casino Royale e un album dei Ride, che non ascoltavo da allora. Un salto nel tempo, e il piacere di sempre nel "perdere tempo" a spulciare tra gli scaffali, toccare e sbirciare le note e i credits, ritrovarsi le dita impolverate e il naso che cola per l'allergia, e uscire col sorriso tra le labbra sfogliando il libretto dell'ultimo, preziosissimo acquisto.
Poveri ragazzi d'oggi, é un piacere che nell'epoca del download forse non proveranno mai, e non sanno cosa si sono persi.
Evviva i dischi e chi li vende!
domenica 1 aprile 2012
Lee is free
La Notizia Incredibile di fine 2011 é stata la fine del matrimonio tra Thurston Moore e Kim Gordon: una di quelle cose a cui non si riuscirebbe mai a credere, un po' come il Berlusca in galera, l'aria di Milano senza smog o l'Inter che fa triplete.
E invece.
Che a quella separazione segua anche lo scioglimento dei Sonic Youth ancora non é sicuro, ma ovviamente altamente probabile. Vedremo. Nel frattempo iniziano a vedersi i primi germi dell'attività solistica dei vari membri del gruppo, e finora é un bel sentire: di "Demolished Thought" di Moore (prodotto da Beck) ho accennato infilandolo nella mia top10 del 2011, ora a stupire é il primo vero album di canzoni di Lee Ranaldo, intitolato "Between the Times and the Tides" e appena uscito per i tipi della Matador Records.
Non stupisce che sia un ottimo album, naturalmente. Ed ottimo lo è davvero. Stupisce perchè da uno come Ranaldo, tutto feedback e distorsioni, non ci si aspetterebbe un disco tutto sommato pop come questo (si ascoltino il primo singolo "Off the Wall" e il secondo estratto "Angles", esemplari in tal senso), a tratti remmiano, a tratti beatlesiano, a tratti wilchiano (e Nels Cline dei Wilco ci suona la chitarra, per l'appunto). Un paio di canzoni sono addirittura solo voce e chitarra acustica, e a sentire l'autore questo avrebbe dovuto essere il taglio dell'intero album nelle sue prime intenzioni, prima che intervenissero i suggerimenti degli amici (Bob Bert e Jim O'Rourke tra gli altri) a cambiarne gli arrangiamenti. Ci sono anche sprazzi più classici nella loro "ranaldità", naturalmente ("Xtina as I knew her", forse la mia preferita), e a questo punto sono curioso di vedere la band di Ranaldo (con Steve Shelley alla batteria) suonare al prossimo Primavera Sound.
Sulla scia dell'entusiasmo per l'album solista sono andato a ripescarmi il lavoro di Ranaldo con i Sonic Youth. Nella mia personalissima considerazione Lee sta(va?) ai SY un po' come George Harrison stava ai Beatles, almeno dal punto di vista compositivo e canoro: una o due canzoni per album, oscurato dalla maggiore visibilità della coppia d'oro dell'indie rock Moore/Gordon ma non per questo meno importante nell'economia del gruppo.Le sue sono sempre state fior di canzoni, rese intriganti e oscure dal suo particolare timbro vocale, e dal suo stile spesso vicino allo spoken word. Ascoltare "Hoarfrost" e "Wish Fulfillment", due tra le mie canzoni preferite in assoluto, per credere.
Per dare un'idea, questo sarebbe l'album composto solo da canzoni del "giovane sonico tranquillo". Un doppio, forse triplo immaginario cd che richiede impegno nell'ascolto, lasciando alla fine le nostre orecchie stremate ma straordinariamente appagate.
- Mote (da "Goo")
- Wish Fulfillment (da "Dirty")
- Eric's Trip (da "Daydream Nation")
- Saucer-like (da "Washing Machine")
- Hoarfrost (da "A Thousand Leaves")
- Hey Joni (da "Daydream Nation")
- Rats (da "Rather Ripped")
- Pipeline/Kill Time (da "Sister")
- Karen Koltrane (da "A Thousand Leaves")
- Paper Cup Exit (da "Sonic Nurse")
- Walking Blue (da "The Eternal")
- Skip Tracer (da "Washing Machine")
- In the Kingdom #19 (da "EVOL")
- NYC Ghosts & Flowers (da "NYC Ghosts and Flowers")
- What We Know (da "The Eternal")
- Genetic (outtake da "Dirty")
- Karen Revisited (da "Murray St.")
- Wish Fulfillment (versione demo, da "Dirty" deluxe edition)
"Between the Times and the Tides" si può ascoltare interamente in streaming qui.
mercoledì 21 marzo 2012
tindersticks @ Casino de l'Aliança del Poblenou
Che concerto meraviglioso! Senz'altro all'altezza del primo decennio del gruppo, quello con la formazione originale. A quanto pare i "nuovi" Tindersticks hanno trovato quell'equilibrio che cercavano da tempo, oltre che su disco (l'ultimo "The Something Rain") anche dal vivo. Il fatto di suonare per la prima volta senza archi, loro che nel violino di Dickon Hinchliffe avevano il loro marchio di fabbrica e che spesso si accompagnavano dal vivo con intere orchestre (si senta il magnifico "Live at Bloomsbury Theatre" del 1996 per credere) non solo non é stato un trauma, ma anzi é parso un'occasione di vera rinascita. Se nelle due precedenti tournées infatti, un violoncellista aveva - per così dire - fatto le veci del dipartito Dickon, ora le parti di violino sono state sostituite a volte dalla chitarra di Neil Fraser (tornato protagonista), a volte dal sax del grandissimo Terry Edwards, a volte da entrambi insieme. Il risultato é a mio avviso entusiasmante, tanto che davvero degli archi non se n'é sentita la mancanza. Anche i due "nuovi" innesti, Dan McKinna al basso e Earl Havin alla batteria, si sono integrati alla perfezione nel gruppo contribuendo a dare nuova personalità all'insieme. Ripeto, per la prima volta non ho rimpianto la vecchia formazione del gruppo.
Interessante la scaletta molto incentrata sulle canzoni del nuovo album, con scelte peculiari per quanto riguarda i "recuperi" dal passato. Solo una canzone del primo album, addirittura "Blood"! e in apertura!, una del secondo. Quasi nessuna delle canzoni che ci si aspettano nemmeno dagli album successivi, totalmente ignorati gli ultimi due dischi. Clou della serata, con relativa ovazione del pubblico, "Chocolate" e "Frozen". Io, felicissimo per "Cherry Blossom". In generale, un inizio soft con le prime quattro canzoni lente e, via via, più spazio al ritmo e al rumore ("4:48 Psychosis"!). Stuart Staples in ottima forma, perfino sorridente a tratti, e David Boulter solito epicentro musicale del gruppo.
Ecco i dettagli:
if you are looking for a way outdick's slow song
chocolate
show me everything
this fire of autumn
don't ever get tired
i know that loving
a night so still
slippin' shoes
frozen
come inside
-
4:48 psychosis
cherry blossoms
-
medicine
goodbye joe
Segnalo che si può vedere l'intero concerto di Parigi del 5 marzo, con identica scaletta, a questo link.
lunedì 19 marzo 2012
un altro settantenne di lusso: John Cale
Una settimana esatta dopo il suo vecchio compagno di scorribande nei Velvet Underground, il 9 marzo scorso anche John Cale ha compiuto settant'anni. Martedì prossimo suonerà qui a Barcellona ma, per una delirante sovrabbondanza di offerta concertistica, non andrò a vederlo. Se non faccio male i conti sarebbe stato il mio settimo concerto senza contare la reunion dei Velvet del '93, ma è comunque una gran pena per me non andare perchè nonostante il tempo che passa la mia passione per lui non accenna a diminuire.
Di John Cale ho già scritto tempo fa e non voglio ripetermi; nel frattempo lui si è tinto i capelli di rosa, ha ricevuto medaglie dal principe Carlo e sta portando in giro per l'Europa le canzoni del suo ultimo EP pubblicato da poco; tra qualche mese dovrebbe uscire anche un nuovo album per l'etichetta indipendente Domino. A giudicare dalla scaletta delle recenti date del tour mi perderò un gran bel concerto.
Mi guardo in giro e davvero non vedo nessuno all'orizzonte che abbia anche solo una piccola parte del talento visionario di Cale. Nessuno.
Di John Cale ho già scritto tempo fa e non voglio ripetermi; nel frattempo lui si è tinto i capelli di rosa, ha ricevuto medaglie dal principe Carlo e sta portando in giro per l'Europa le canzoni del suo ultimo EP pubblicato da poco; tra qualche mese dovrebbe uscire anche un nuovo album per l'etichetta indipendente Domino. A giudicare dalla scaletta delle recenti date del tour mi perderò un gran bel concerto.Mi guardo in giro e davvero non vedo nessuno all'orizzonte che abbia anche solo una piccola parte del talento visionario di Cale. Nessuno.
Ed è sempre lui a suonare la miglior versione possibile di "Venus in Furs". Sorry Lou.
lunedì 12 marzo 2012
Addio, Emmegipì
Sabato ci ha lasciato Jean Giraud, in arte Gir ma sopratutto Moebius, un Maestro indiscusso della "settima arte" che io ho sempre apprezzato di più come illustratore di "Bluebarry" che non come ideatore dei mondi futuribili e fantastici che l'hanno reso famoso in tutto il mondo. Questione di fondo: mi hanno sempre appassionato molto le storie del west e dei Nativi Americani, molto meno quelle di fantascienza.
Ieri invece se n'é andata una figura meno nota al grande pubblico, della cui morte si parlerà molto meno, ma che a mio avviso ha lasciato una traccia importantissima nell'editoria italiana, in particolare nel campo dei fumetti: Maria Grazia Perini.
Entrata nello staff della casa editrice di Andrea Corno a soli 18 anni nel 1968, MGP fu capo redattore della rivista "Eureka" fondata da Luciano Secchi di cui divenne anni dopo anche direttore responsabile, partecipando così in maniera importante alla diffusione di strisce americane e italiane come "Andy Capp" (di cui curò la traduzione) e "Sturmtruppen". Per l'Editoriale Corno fu anche curatrice delle prime testate italiane dei supereroi Marvel, occupandosi di coordinamento editoriale, traduzioni e della mitica pagina della posta dei vari "Uomo Ragno", "Fantastici Quattro", "Thor" e compagnia. Il mio principale ricordo di MGP é proprio legato alla posta dei lettori: una pagina in cui, rispondendo a domande spesso naif di un'orda di ragazzini, faceva emergere tutta la sua competenza, la sua ironia, persino la sua passione civile. Per me e per molti altri che all'epoca arrivavamo si e no ai 10 anni, lo stupore e la meraviglia che provavamo leggendo le storie di Stan Lee, Jack Kirby, John Romita, Gene Colan, continuavano senza soluzione di continuità in quelle paginette di domande e risposte in cui MGP era la vera padrona di casa, con uno stile inconfondibile che ricordo benissimo ancora oggi, a 30 anni di distanza.
Fu anche una delle prime a far paura ai bambini, dirigendo collane come "Il Corriere della Paura". Passò poi alla Rizzoli per "Snoopy" e il "Corrierino dei Piccoli" e fu lì che la persi di vista.Scopro ora, girando sul web, che era lei la padrona del cane e della cavia a cui si ispirarono Magnus&Bunker per il Cirano e la Squitty: a pensarci bene, non poteva che essere così.
Grazie di tutto, Emmegipì, e buon viaggio.
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domenica 4 marzo 2012
madeleines inaspettate
Ho letto della morte di Lucio Dalla venerdì sugli schermi dell'aeroporto di Linate, dove ero appena atterrato. La prima reazione è stata un "oh cavolo!" spontaneo, poi sono andato a casa mia dove i miei mi aspettavano per pranzo: non lo sapevano ancora e, a giudicare dai loro sguardi quando gliel'ho detto, lo stesso "oh cavolo!" l'hanno pensato anche loro. Uno stupore dato dal fatto che Dalla era una di quelle persone familiari, bonarie, da sempre presenti nelle nostre vite come se lo si conoscesse personalmente: buffo, sgraziato, simpatico (l'aggettivo forse più ab-usato in questi giorni), il divo della porta accanto, uno di quelli che si crede siano immortali, che c'è sempre stato e sempre ci sarà. Uno a cui andare a stringere la mano per strada: per ringraziarlo di essere così, di non prendersi troppo sul serio, di portare quel ridicolo parrucchino di Cesare Ragazzi come se fosse la cosa più normale del mondo. Uno che quando muore, soprattutto così a tradimento, ti vien da pensare proprio "oh cavolo!": insomma, non si fa così! come un bambino che capisce la morte per la prima volta, come dire "se muore lui, allora si muore davvero a questo mondo!" (Mi capitò lo stesso quando morì Lux Interior dei Cramps, guarda l'ironia della vita: un altro di cui non avevo mai considerato l'eventualità della morte. Lux e Lucio: roba da matti. Stesso colore di capelli, tra l'altro: sempre più inquietante, meglio che la pianti qui prima di trovare altri insostenibili parallelismi, vorrei dormire sereno stanotte).

Da quando ho iniziato ad appassionarmi di musica non ho mai considerato musicalmente Lucio Dalla: non per snobismo, credo semplicemente perchè da allora non ha scritto e cantato praticamente nulla di musicalmente rilevante. Andando indietro nel tempo coi ricordi, rivedo una cassetta (una doppia cassetta, per la precisione) che i miei avevano comprato e che all'epoca girò moltissimo sul mangiacassette di casa: era "DallAmerCaruso", registrata dal vivo in America (appunto) e con unico inedito la celeberrima "Caruso" (appunto). Sono andato a cercarne l'anno di pubblicazione: era il 1986, avevo 14 anni. Stando a "Ondarock" e ad altri siti, praticamente l'ultima cosa davvero rilevante scritta da Dalla che era già nella fase calante della sua ispirazione. Di quel live ricordo molti suoi successi, che in questi giorni di commozione generale ho riascoltato con piacere: sono onesto, non so se per la qualità della musica (comunque lontana dalle mie corde musicali) o per una sorta di effetto-madeleine che mi ha riportato ad un periodo felice della mia vita. L'unico disco con dentro Dalla che ho comprato in vita mia fu "Banana Republic", non tanto per Dalla quanto per De Gregori di cui ero fan a fine anni '80.

In particolare mi sono sempre piaciuti alcuni suoi testi, ricercati, profondi, buffi, diversi; con frasi spesso difficilmente decifrabili ma che mi hanno sempre fatto sorridere per la loro stralunata eccentricità. Leggersi ad esempio "Come è profondo il mare" per credere:

Da quando ho iniziato ad appassionarmi di musica non ho mai considerato musicalmente Lucio Dalla: non per snobismo, credo semplicemente perchè da allora non ha scritto e cantato praticamente nulla di musicalmente rilevante. Andando indietro nel tempo coi ricordi, rivedo una cassetta (una doppia cassetta, per la precisione) che i miei avevano comprato e che all'epoca girò moltissimo sul mangiacassette di casa: era "DallAmerCaruso", registrata dal vivo in America (appunto) e con unico inedito la celeberrima "Caruso" (appunto). Sono andato a cercarne l'anno di pubblicazione: era il 1986, avevo 14 anni. Stando a "Ondarock" e ad altri siti, praticamente l'ultima cosa davvero rilevante scritta da Dalla che era già nella fase calante della sua ispirazione. Di quel live ricordo molti suoi successi, che in questi giorni di commozione generale ho riascoltato con piacere: sono onesto, non so se per la qualità della musica (comunque lontana dalle mie corde musicali) o per una sorta di effetto-madeleine che mi ha riportato ad un periodo felice della mia vita. L'unico disco con dentro Dalla che ho comprato in vita mia fu "Banana Republic", non tanto per Dalla quanto per De Gregori di cui ero fan a fine anni '80.

In particolare mi sono sempre piaciuti alcuni suoi testi, ricercati, profondi, buffi, diversi; con frasi spesso difficilmente decifrabili ma che mi hanno sempre fatto sorridere per la loro stralunata eccentricità. Leggersi ad esempio "Come è profondo il mare" per credere:
Siamo noi, siamo in tanti
Ci nascondiamo di notte
Per paura degli automobilisti
Dei linotipisti
Ci nascondiamo di notte
Per paura degli automobilisti
Dei linotipisti
eccetera eccetera.
I linotipisti! E pensare che era il suo primo testo autografo, dopo il sodalizio con Roversi degli anni precedenti...
Dopo averla letta ascoltiamola anche, perché è proprio una grande canzone.
PS. Questo post appartiene alla serie "Chi sono io per essere l'unico italiano a non aver detto la sua su Lucio Dalla? Il figlio della serva?" (sottotitolo: "Però sicuro che il paragone con Lux Interior lo trovate solo qui!")
venerdì 2 marzo 2012
i 70 anni di Lou Reed
Oggi Louis Allen Reed compie 70 anni.
Dimentichiamoci per un attimo dell'ultimo insopportabile album registrato con quei tamarri dei Metallica; dimentichiamoci di molto altro che ha combinato nell'ultimo quindicennio (le pippe mentali con la Laurie, il tai-chi, la sua linea di occhiali ribaltabili, poca musica e quasi tutta supponente e inascoltabile, di buono forse solo la tournée di "Berlin"); dimentichiamoci come ha trattato i suoi migliori collaboratori, Robert Quine e John Cale su tutti; dimentichiamoci quell'atteggiamento da "io sono Lou Reed e faccio quel cazzo che mi pare" che spesso si è tradotto in "se voglio rovinare le mie canzoni lo faccio e basta" (eccome se lo ha fatto, più di qualche volta).
Dimentichiamocene, e prostriamoci in un lungo e rispettoso inchino a quest'uomo che è l'incarnazione della Musica, del Punk, dell'Hard Rock, dell'Underground, dell'Avanguardia, della Poesia, della Pop Art, di New York.
Grazie di tutto, vecchio Lou.
Grazie per i Velvet Underground, innanzi tutto: per il sottoscritto, la scoperta di un Nuovo Mondo tanto quanto andare a sbattere contro San Salvador lo fu per Cristoforo Colombo.
Grazie per "Transformer", per "Berlin", per "Coney Island Baby"; moltissime grazie per "Street Hassle".
Grazie per essere sceso negli inferi e averceli raccontati; grazie soprattutto per aver deciso di tornare a vivere, e di averci raccontato anche quello.
Grazie per avermi fatto conoscere, da lontano, le commistioni possibili tra rock, arte, cinema, poesia, vita.
Grazie per avermi fatto incontrare Andy, Ondine, Holly, Candy Darling, Little Joe, Sugar Plum Fairy, le ragazze di Chelsea, Rachel, Romeo Rodriguez e Juliet Bell.
Grazie per "The Blue Mask", per "Ecstasy" e per Take No Prisoners"; moltissime grazie per "New York".
Grazie per tutto quel che c'è "tra il pensiero e l'espressione".
Grazie per aver scritto "Dime Store Mistery" su misura per i tamburi di Moe Tucker.
Grazie per avermi fatto amare il rumore e per averci messo dentro così tante storie, soprattutto la tua.
Grazie di tutto, vecchio Lou, e buon compleanno.
Dimentichiamoci per un attimo dell'ultimo insopportabile album registrato con quei tamarri dei Metallica; dimentichiamoci di molto altro che ha combinato nell'ultimo quindicennio (le pippe mentali con la Laurie, il tai-chi, la sua linea di occhiali ribaltabili, poca musica e quasi tutta supponente e inascoltabile, di buono forse solo la tournée di "Berlin"); dimentichiamoci come ha trattato i suoi migliori collaboratori, Robert Quine e John Cale su tutti; dimentichiamoci quell'atteggiamento da "io sono Lou Reed e faccio quel cazzo che mi pare" che spesso si è tradotto in "se voglio rovinare le mie canzoni lo faccio e basta" (eccome se lo ha fatto, più di qualche volta).
Dimentichiamocene, e prostriamoci in un lungo e rispettoso inchino a quest'uomo che è l'incarnazione della Musica, del Punk, dell'Hard Rock, dell'Underground, dell'Avanguardia, della Poesia, della Pop Art, di New York.
Grazie di tutto, vecchio Lou.
Grazie per i Velvet Underground, innanzi tutto: per il sottoscritto, la scoperta di un Nuovo Mondo tanto quanto andare a sbattere contro San Salvador lo fu per Cristoforo Colombo.
Grazie per "Transformer", per "Berlin", per "Coney Island Baby"; moltissime grazie per "Street Hassle".
Grazie per essere sceso negli inferi e averceli raccontati; grazie soprattutto per aver deciso di tornare a vivere, e di averci raccontato anche quello.
Grazie per avermi fatto conoscere, da lontano, le commistioni possibili tra rock, arte, cinema, poesia, vita.
Grazie per avermi fatto incontrare Andy, Ondine, Holly, Candy Darling, Little Joe, Sugar Plum Fairy, le ragazze di Chelsea, Rachel, Romeo Rodriguez e Juliet Bell.
Grazie per "The Blue Mask", per "Ecstasy" e per Take No Prisoners"; moltissime grazie per "New York".
Grazie per tutto quel che c'è "tra il pensiero e l'espressione".
Grazie per aver scritto "Dime Store Mistery" su misura per i tamburi di Moe Tucker.
Grazie per avermi fatto amare il rumore e per averci messo dentro così tante storie, soprattutto la tua.
Grazie di tutto, vecchio Lou, e buon compleanno.
giovedì 1 marzo 2012
I New Order, con trent'anni di ritardo
Periodicamente mi capita di scoprire inaspettati tesori musicali del passato, sempre ignorati o mai approfonditi, ed entrare con decenni di ritardo in uno dei miei soliti e proverbiali tunnel.
Nel 2010, complice il Primavera Sound, rimasi folgorato dai Fall, che pure già conoscicchiavo fin dai Novanta, e mi appropriai di tutta la loro sterminata discografia in pochi mesi. Quest'anno é la volta dei New Order, gruppo da me sempre evitato e per fortuna del mio portafogli autore solo di pochi album, tutti peraltro reperibili a prezzi stracciati.
I New Order dominarono le classifiche in lungo e in largo per tutti gli anni 80 infilando una serie impressionante di singoli consecutivi al primo posto delle classifiche indie inglesi, tra cui "Blue Monday", il 12" più venduto della storia della musica contemporanea. Il dominio non era limitato al rock cosiddetto alternativo, new wave, indipendente o vattelapesca, ma si estendeva - ohibò! - all'ambito dei club, della musica elettronica, in una parola(ccia) dance. "Dance", per uno musicalmente snob come il sottoscritto che avrà messo piede (trascinato) in discoteca si e no 5 dimenticabilissime volte in vita sua, é sempre stata una parola da pronunciare il meno possibile, un'idea da evitare come la peste. (Salvo poi adorare gruppi come i Primal Scream, che della fusione tra musica indie rock e ambiente da club hanno fatto la loro bandiera. Lo so, son strano).
Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, per i quattro gatti che non lo sapessero, prima di diventare i New Order (con l'aggiunta di Gillian Gilbert, compagna del batterista), erano i 3/4 di un altro gruppo che ha fatto la storia del post punk inglese: quei Joy Division che, oltre che per la musica dei loro soli due album di studio incisi tra il 1978 e il 1980, vengono ricordati soprattutto per il carisma e la tragica fine del loro leader, Ian Curtis. Ma i tre non erano semplici comprimari, essendo coautori di tutte le canzoni insieme a Curtis; la stoffa c'era già insomma. Così, smaltite rabbia e dolore per la perdita con un paio di singoli e un album di transizione ("Movement", ancora pesantemente - e comprensibilmente - legato alle sonorità Joy Division) i Nostri decisero di mettersi a frequentare i club di NYC e di aprirne uno tutto loro a Manchester: l'Hacienda. Da lì in poi le sonorità iniziarono a fondere sempre più new wave ed elettronica, i ritmi diventarono più ballabili e le tastiere tolsero progressivamente spazio alle chitarre. Il basso inconfondibile di Hook, quello invece resterà sempre in primo piano, vero marchio di fabbrica del gruppo.
Ispirati tra gli altri da gruppi come i Kraftwerk, sfornarono una sequenza di album splendidi e innovativi (da "Power Corruption & Lies" del 1983, il mio preferito, almeno fino a "Technique" del 1989, passando per "Low-Life" e "Brotherhood") e soprattutto una sfilza di singoli mozzafiato, mai inseriti negli album (ma raccolti nel doppio "Substance" del 1987) e sempre in cima alle classifiche, guadagnandosi il rispetto sia del mondo "indie" sia i soldoni di quello mainstream.
Gruppo interessante e peculiare anche nelle scelte di immagine. Con l'unica eccezione di "Low-Life", non apparvero mai sulle copertine, sempre affidate allo studio di Peter Saville, già responsabile delle cover dei Joy Division; raramente rilasciarono interviste tenendo una posizione decisamente low profile e, se vogliamo, sottilmente anticommerciale. Lo stesso Sumner, a cui toccò la parte del cantante dopo la dipartita di Stewart, non si può certo definire il frontman del gruppo; anzi con il suo timbro esile e timido pare scegliere la penombra piuttosto che la luce dei riflettori. Gruppo senza leader quindi, quasi a voler lasciare questa parte al vecchio amico Ian anche dopo la sua morte e il cambio di ragione sociale.
A partire dai Novanta, tra temporanei scioglimenti, dimenticabili progetti paralleli e album trascurabili (valido il solo "Get Ready", decisamente più chitarristico, non altrettanto "Republic" né l'ultimo "Waiting for the Sirens to Call"), dei New Order é rimasto poco se non la fama e il rispetto dei molti seguaci. Quello che era stato un mix innovativo è spesso divenuto musica banalotta e senza ispirazione, fatta eccezione per qualche sporadico guizzo ("Crystal", ad esempio). Come ogni gruppo di lungo corso che si rispetti non si sono fatti mancare nemmeno la triste fine fatta di liti a distanza sui giornali (tra Hook e Sumner in questo caso) e mezze reunion (senza Hooky, appunto) fatte per sfruttare il nome e tirare avanti la carretta. I tre superstiti sono in tour e già si sa che suoneranno al concerto di chiusura delle Olimpiadi di Londra 2012. Amen.
Comunque, sarà la maturità del quarantenne, una ritrovata apertura mentale, la riscoperta tardiva di quegli anni Ottanta tanto vituperati o magari un inizio di rincoglionimento senile (il dubbio mi resta, lo confesso), fatto sta che ora mi piazzo in cuffia "True Faith", "State of the Nation", "Subculture" o "Age of Consent" e nonostante i tastieroni mi piacciono, accidenti se mi piacciono.
E a ben pensarci, già in una delle canzoni più note dei Joy Division Ian cantava "Dance, dance, dance...". Chissà che in qualche modo non fosse già tutto scritto nel destino.
Nel 2010, complice il Primavera Sound, rimasi folgorato dai Fall, che pure già conoscicchiavo fin dai Novanta, e mi appropriai di tutta la loro sterminata discografia in pochi mesi. Quest'anno é la volta dei New Order, gruppo da me sempre evitato e per fortuna del mio portafogli autore solo di pochi album, tutti peraltro reperibili a prezzi stracciati.
I New Order dominarono le classifiche in lungo e in largo per tutti gli anni 80 infilando una serie impressionante di singoli consecutivi al primo posto delle classifiche indie inglesi, tra cui "Blue Monday", il 12" più venduto della storia della musica contemporanea. Il dominio non era limitato al rock cosiddetto alternativo, new wave, indipendente o vattelapesca, ma si estendeva - ohibò! - all'ambito dei club, della musica elettronica, in una parola(ccia) dance. "Dance", per uno musicalmente snob come il sottoscritto che avrà messo piede (trascinato) in discoteca si e no 5 dimenticabilissime volte in vita sua, é sempre stata una parola da pronunciare il meno possibile, un'idea da evitare come la peste. (Salvo poi adorare gruppi come i Primal Scream, che della fusione tra musica indie rock e ambiente da club hanno fatto la loro bandiera. Lo so, son strano).
Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, per i quattro gatti che non lo sapessero, prima di diventare i New Order (con l'aggiunta di Gillian Gilbert, compagna del batterista), erano i 3/4 di un altro gruppo che ha fatto la storia del post punk inglese: quei Joy Division che, oltre che per la musica dei loro soli due album di studio incisi tra il 1978 e il 1980, vengono ricordati soprattutto per il carisma e la tragica fine del loro leader, Ian Curtis. Ma i tre non erano semplici comprimari, essendo coautori di tutte le canzoni insieme a Curtis; la stoffa c'era già insomma. Così, smaltite rabbia e dolore per la perdita con un paio di singoli e un album di transizione ("Movement", ancora pesantemente - e comprensibilmente - legato alle sonorità Joy Division) i Nostri decisero di mettersi a frequentare i club di NYC e di aprirne uno tutto loro a Manchester: l'Hacienda. Da lì in poi le sonorità iniziarono a fondere sempre più new wave ed elettronica, i ritmi diventarono più ballabili e le tastiere tolsero progressivamente spazio alle chitarre. Il basso inconfondibile di Hook, quello invece resterà sempre in primo piano, vero marchio di fabbrica del gruppo. Ispirati tra gli altri da gruppi come i Kraftwerk, sfornarono una sequenza di album splendidi e innovativi (da "Power Corruption & Lies" del 1983, il mio preferito, almeno fino a "Technique" del 1989, passando per "Low-Life" e "Brotherhood") e soprattutto una sfilza di singoli mozzafiato, mai inseriti negli album (ma raccolti nel doppio "Substance" del 1987) e sempre in cima alle classifiche, guadagnandosi il rispetto sia del mondo "indie" sia i soldoni di quello mainstream.
Gruppo interessante e peculiare anche nelle scelte di immagine. Con l'unica eccezione di "Low-Life", non apparvero mai sulle copertine, sempre affidate allo studio di Peter Saville, già responsabile delle cover dei Joy Division; raramente rilasciarono interviste tenendo una posizione decisamente low profile e, se vogliamo, sottilmente anticommerciale. Lo stesso Sumner, a cui toccò la parte del cantante dopo la dipartita di Stewart, non si può certo definire il frontman del gruppo; anzi con il suo timbro esile e timido pare scegliere la penombra piuttosto che la luce dei riflettori. Gruppo senza leader quindi, quasi a voler lasciare questa parte al vecchio amico Ian anche dopo la sua morte e il cambio di ragione sociale.
Comunque, sarà la maturità del quarantenne, una ritrovata apertura mentale, la riscoperta tardiva di quegli anni Ottanta tanto vituperati o magari un inizio di rincoglionimento senile (il dubbio mi resta, lo confesso), fatto sta che ora mi piazzo in cuffia "True Faith", "State of the Nation", "Subculture" o "Age of Consent" e nonostante i tastieroni mi piacciono, accidenti se mi piacciono.
E a ben pensarci, già in una delle canzoni più note dei Joy Division Ian cantava "Dance, dance, dance...". Chissà che in qualche modo non fosse già tutto scritto nel destino.
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domenica 19 febbraio 2012
domenica 12 febbraio 2012
beautiful losers: 2) Whitney Houston
Stamattina mi sono alzato tardi, ho aperto la pagina facebook e ho trovato curioso che diversi amici miei avessero condiviso lo stesso video: una scena da una trasmissione tv francese del 1986 in cui una giovane e bella Whitney Houston in - diciamo così - viaggio d'affari nella vecchia Europa si faceva intervistare con un alticcio (eufemismo) Serge Gainsbourg, che terminava la chiacchierata rivolgendole per interposta persona un elegante "I wanna fuck her". I dettagli li racconta molto meglio di me il sempre bravissimo TFM, leggetevi il suo post.
Insomma, per farla breve la coincidenza mi ha incuriosito, e solo allora ho scoperto che nella notte italiana la "regina del pop" era morta a soli 48 anni, probabilmente a causa delle droghe da cui era dipendente da anni. Una morte tristemente annunciata, come quella di Amy Winehouse qualche mese fa, e anticipata negli ultimi anni da foto sui giornali scandalistici che la ritraevano in condizioni sempre peggiori.
La prima reazione è stata "non mi è mai piaciuta, Whitney Houston": lontanissima dalla musica che piace a me, esponente di un pop tutto lustrini e paillettes da cui sono sempre stato alla larga. Poi mi è venuto in mente un ricordo ormai rimosso: mille anni fa, ne avevo 13 o 14, mi comprai la cassetta del suo primo, omonimo album: orrenda copertina, con foto african style su rudimentale sfondo arancio sfumato. Probabilmente lo ascoltai anche parecchio: c'erano "All at Once" e "The Greatest Love of All", gli unici titoli che, letti ora, mi dicono qualcosa. La sua voce era davvero bella e potente e, riascoltato oggi, il genere era un soul patinato ma sincero, che si fa piacere più per le ballate che per i momenti ritmati. Un buon pop anni 80 cantato da una voce effettivamente fuori dal comune. Guardandone la copertina giurerei che mi comprai anche il disco successivo, quello che si apriva con "I Wanna Dance With Somebody" (rifatta anni dopo, con mia somma sorpresa, da David Byrne in un suo live al Tunnel di Milano e successivamente nel DVD "Live at Union Chapel"). Poi più.
Negli anni successivi Whitney si diede al cinema, divenne una diva planetaria e poco a poco sprecò la sua voce in canzonette senza arte nè parte, mal scritte e senz'anima, con l'apparente unico scopo di vendere più dischi e restare al vertice delle classifiche.
Non ci riuscì e, complice un matrimonio sfortunato e finito male, iniziò a consumare droghe in quantità industriale per sfuggire alla crescente depressione. Ricordo un articolo letto qualche anno fa in cui si diceva che il crack l'aveva resa talmente paranoica da portarla a fare un buco nel muro del bagno, in modo che potesse controllare sempre la situazione. Voyeurismo a parte, una vicenda penosa, ennesima dimostrazione del fatto che la fama e i soldoni non danno la felicità. Bella scoperta, lo so.
Voglio credere che la "vincente" Whitney fosse un'artista vera, che iniziò a perdere sè stessa quando decise, per calcolo o per incapacità, di gettare via il suo talento e darsi alla dance più insipida, facendosi scrivere pessime canzoni da pessimi autori. Fu allora che perse il soul, l'anima nera che la rendeva diversa e speciale quando cantava diciassettenne nei club. Il suo album più venduto resta proprio il primo, il più vero, a dimostrazione che non sempre i calcoli fatti a tavolino pagano; e chissà che non fosse proprio questa tardiva consapevolezza ad averle fatto imboccare una strada senza ritorno.
Ma chi sono io per giudicare. Oggi è solo tempo di piangere una persona sfortunata che se n'è andata nel peggiore dei modi. R.i.P.
Insomma, per farla breve la coincidenza mi ha incuriosito, e solo allora ho scoperto che nella notte italiana la "regina del pop" era morta a soli 48 anni, probabilmente a causa delle droghe da cui era dipendente da anni. Una morte tristemente annunciata, come quella di Amy Winehouse qualche mese fa, e anticipata negli ultimi anni da foto sui giornali scandalistici che la ritraevano in condizioni sempre peggiori.
La prima reazione è stata "non mi è mai piaciuta, Whitney Houston": lontanissima dalla musica che piace a me, esponente di un pop tutto lustrini e paillettes da cui sono sempre stato alla larga. Poi mi è venuto in mente un ricordo ormai rimosso: mille anni fa, ne avevo 13 o 14, mi comprai la cassetta del suo primo, omonimo album: orrenda copertina, con foto african style su rudimentale sfondo arancio sfumato. Probabilmente lo ascoltai anche parecchio: c'erano "All at Once" e "The Greatest Love of All", gli unici titoli che, letti ora, mi dicono qualcosa. La sua voce era davvero bella e potente e, riascoltato oggi, il genere era un soul patinato ma sincero, che si fa piacere più per le ballate che per i momenti ritmati. Un buon pop anni 80 cantato da una voce effettivamente fuori dal comune. Guardandone la copertina giurerei che mi comprai anche il disco successivo, quello che si apriva con "I Wanna Dance With Somebody" (rifatta anni dopo, con mia somma sorpresa, da David Byrne in un suo live al Tunnel di Milano e successivamente nel DVD "Live at Union Chapel"). Poi più.
Negli anni successivi Whitney si diede al cinema, divenne una diva planetaria e poco a poco sprecò la sua voce in canzonette senza arte nè parte, mal scritte e senz'anima, con l'apparente unico scopo di vendere più dischi e restare al vertice delle classifiche.
Non ci riuscì e, complice un matrimonio sfortunato e finito male, iniziò a consumare droghe in quantità industriale per sfuggire alla crescente depressione. Ricordo un articolo letto qualche anno fa in cui si diceva che il crack l'aveva resa talmente paranoica da portarla a fare un buco nel muro del bagno, in modo che potesse controllare sempre la situazione. Voyeurismo a parte, una vicenda penosa, ennesima dimostrazione del fatto che la fama e i soldoni non danno la felicità. Bella scoperta, lo so.
Voglio credere che la "vincente" Whitney fosse un'artista vera, che iniziò a perdere sè stessa quando decise, per calcolo o per incapacità, di gettare via il suo talento e darsi alla dance più insipida, facendosi scrivere pessime canzoni da pessimi autori. Fu allora che perse il soul, l'anima nera che la rendeva diversa e speciale quando cantava diciassettenne nei club. Il suo album più venduto resta proprio il primo, il più vero, a dimostrazione che non sempre i calcoli fatti a tavolino pagano; e chissà che non fosse proprio questa tardiva consapevolezza ad averle fatto imboccare una strada senza ritorno.
Ma chi sono io per giudicare. Oggi è solo tempo di piangere una persona sfortunata che se n'è andata nel peggiore dei modi. R.i.P.
sabato 28 gennaio 2012
il "mio" giorno della memoria
Rendo il mio tributo al giorno della memoria segnalando qualche lettura e qualche visione che mi hanno emozionato, commosso ed aiutato nel corso degli anni a non dimenticare la tragedia dell'olocausto e, in generale, l'orrore del nazismo e di tutti i totalitarismi.
Iniziando dai fumetti, la prima scelta è ovviamente "Maus". Suggerimento banale e scontato, certo, ma mai superfluo: il capolavoro assoluto di Art Spiegelman, primo fumetto a vincere il premio Pulitzer, è una lettura obbligata per tutti che andrebbe adottata nelle scuole.
"La storia dei tre Adolf", di Osamu Tezuka narra la storia di un ragazzino giapponese e della sua impossibile amicizia con un coetaneo tedesco devoto a Hitler, e insieme il tentativo di un giornalista nipponico di rivelare un'inconfessabile verità: l'origine ebraica del fuhrer! Il libro (in 5 volumi) ha l'indubbio merito, almeno per noi occidentali, di farci vedere quel tragico momento storico da una prospettiva per noi inusuale: quella del terzo alleato dell'Asse, il Giappone.
Un altro ragazzino è protagonista del fondamentale graphic novel del mostro sacro Joe Kubert "Yossel: 29 Aprile 1943". Ebreo di origine polacca, Kubert immagina un suo alter ego quindicenne, mai espatriato dalla sua terra d'origine e che racconta attraverso i suoi disegni la tragedia vissuta in prima persona nel ghetto di Varsavia e le vicende che porteranno alla famosa rivolta degli ebrei che lì vivevano. Il tratto grezzo a matita, come disegnato dallo stesso Yossel (nome polacco equivalente proprio di "Joe") su un taccuino in presa diretta al momento degli eventi, rende il diario ancora più emozionante e "vero".
Potrei nominare molti film sull'argomento, ma vorrei invece citare "Shoah" di Lanzmann, un documentario di 9 ore che riporta le testimonianze dirette dei sopravvissuti, di ex SS e abitanti dei luoghi in cui lo sterminio si realizzò. Un documento di impressionante e lancinante potenza che lascia la bocca aperta e gli occhi pieni di lacrime.
In ambito letterario, non potendo non citare l'incredibilmente bello "Se questo è un uomo" di Primo Levi, il suo ideale seguito "La tregua" e il saggio "I sommersi e i salvati", e non volendo qui fare un elenco degli innumerevoli romanzi di valore ambientati durante la seconda guerra mondiale, mi limito a suggerire la lettura delle "Lettere di condannati a morte della resistenza italiana". Leggermente fuori tema, visto che non si tratta strettamente di Olocausto, ma un'altra grande testimonianza diretta dei veri fondatori della nostra Patria: uomini e donne, spesso ragazzini, partigiani che hanno immolato le loro vite per noi, per le generazioni future, senza chiedere nulla in cambio.
Il minimo con cui possiamo ricambiare il loro sacrificio è ricordandoli.
Iniziando dai fumetti, la prima scelta è ovviamente "Maus". Suggerimento banale e scontato, certo, ma mai superfluo: il capolavoro assoluto di Art Spiegelman, primo fumetto a vincere il premio Pulitzer, è una lettura obbligata per tutti che andrebbe adottata nelle scuole.
"La storia dei tre Adolf", di Osamu Tezuka narra la storia di un ragazzino giapponese e della sua impossibile amicizia con un coetaneo tedesco devoto a Hitler, e insieme il tentativo di un giornalista nipponico di rivelare un'inconfessabile verità: l'origine ebraica del fuhrer! Il libro (in 5 volumi) ha l'indubbio merito, almeno per noi occidentali, di farci vedere quel tragico momento storico da una prospettiva per noi inusuale: quella del terzo alleato dell'Asse, il Giappone.
Un altro ragazzino è protagonista del fondamentale graphic novel del mostro sacro Joe Kubert "Yossel: 29 Aprile 1943". Ebreo di origine polacca, Kubert immagina un suo alter ego quindicenne, mai espatriato dalla sua terra d'origine e che racconta attraverso i suoi disegni la tragedia vissuta in prima persona nel ghetto di Varsavia e le vicende che porteranno alla famosa rivolta degli ebrei che lì vivevano. Il tratto grezzo a matita, come disegnato dallo stesso Yossel (nome polacco equivalente proprio di "Joe") su un taccuino in presa diretta al momento degli eventi, rende il diario ancora più emozionante e "vero".Potrei nominare molti film sull'argomento, ma vorrei invece citare "Shoah" di Lanzmann, un documentario di 9 ore che riporta le testimonianze dirette dei sopravvissuti, di ex SS e abitanti dei luoghi in cui lo sterminio si realizzò. Un documento di impressionante e lancinante potenza che lascia la bocca aperta e gli occhi pieni di lacrime.
In ambito letterario, non potendo non citare l'incredibilmente bello "Se questo è un uomo" di Primo Levi, il suo ideale seguito "La tregua" e il saggio "I sommersi e i salvati", e non volendo qui fare un elenco degli innumerevoli romanzi di valore ambientati durante la seconda guerra mondiale, mi limito a suggerire la lettura delle "Lettere di condannati a morte della resistenza italiana". Leggermente fuori tema, visto che non si tratta strettamente di Olocausto, ma un'altra grande testimonianza diretta dei veri fondatori della nostra Patria: uomini e donne, spesso ragazzini, partigiani che hanno immolato le loro vite per noi, per le generazioni future, senza chiedere nulla in cambio.Il minimo con cui possiamo ricambiare il loro sacrificio è ricordandoli.
lunedì 23 gennaio 2012
venerdì 13 gennaio 2012
40 film per i miei primi 40 anni
Mi piace molto andare al cinema: un tempo ci andavo più spesso, ora gli impegni lo consentono meno. Non disprezzo vedere un film in casa (anzi), se necessario sul pc o sull'iPad, mai nella vita sull'iPod col microschemo, ma una cosa è certa: il grande schermo è un'altra cosa. E questo vale per tutti i film, non certo solo per quelli d'azione o in 3D. Tutti.
Non sono certo un esperto di cinema, anzi. Ma ho diversi amici che lo sono (Tommy su tutti) e che mi hanno insegnato parecchio. Ho fatto fatica a stilare una lista dei 40 film più rappresentativi e più amati di questi miei 40 anni, sicuramente ne ho dimenticati molti che mi verranno in mente più avanti.
Ci provo:
- Woody Allen: IO E ANNIE
- Robert Altman: AMERICA OGGI
- Roberto Benigni: NON CI RESTA CHE PIANGERE
- Mel Brooks: FRANKENSTEIN JR.
- Tim Burton: ED WOOD
- Charlie Chaplin: IL GRANDE DITTATORE
- Joel&Ethan Coen: IL GRANDE LEBOWSKI
- Brian De Palma: CARLITO'S WAY
- John Hugues: UN BIGLIETTO IN DUE
- Nanni Moretti: CARO DIARIO
- Christopher Nolan: MEMENTO
- Gérard Oury: TRE UOMINI IN FUGA
- Sam Peckinpah: IL MUCCHIO SELVAGGIO
- Pixar Studios: ALLA RICERCA DI NEMO
- Roman Polanski: ROSEMARY'S BABY
- Rob Reiner: MISERY NON DEVE MORIRE
- Gene Saks: LA STRANA COPPIA
- Luciano Salce: IL SECONDO TRAGICO FANTOZZI
- Gabriele Salvatores: MARRAKECH EXPRESS
- Martin Scorsese: QUEI BRAVI RAGAZZI
- Steven Spielberg: INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA
- Quentin Tarantino: PULP FICTION
- Jacques Tati: LE VACANZE DI M. HULOT
- François Truffaut: I 400 COLPI
- Orson Welles: L'INFERNALE QUINLAN
- Billy Wilder: VIALE DEL TRAMONTO
- Robert Zemeckis: RITORNO AL FUTURO
Direi che siamo a posto. Ora manca solo da festeggiare (?) il quarantesimo compleanno.
Non sono certo un esperto di cinema, anzi. Ma ho diversi amici che lo sono (Tommy su tutti) e che mi hanno insegnato parecchio. Ho fatto fatica a stilare una lista dei 40 film più rappresentativi e più amati di questi miei 40 anni, sicuramente ne ho dimenticati molti che mi verranno in mente più avanti.
Ci provo:
- Woody Allen: IO E ANNIE
- Robert Altman: AMERICA OGGI
- Roberto Benigni: NON CI RESTA CHE PIANGERE
- Mel Brooks: FRANKENSTEIN JR.
- Tim Burton: ED WOOD
- Charlie Chaplin: IL GRANDE DITTATORE
- Joel&Ethan Coen: IL GRANDE LEBOWSKI
- Brian De Palma: CARLITO'S WAY
- Walt Disney: GLI ARISTOGATTI
- Blake Edwards: UNO SPARO NEL BUIO
- Francis Ford Coppola: APOCALYPSE NOW
- Michael Gondry: ETERNAL SUNSHINE OF A SPOTLESS MIND
- Alfred Hitchcock: INTRIGO INTERNAZIONALE- John Hugues: UN BIGLIETTO IN DUE
- Stanley Kubrick: RAPINA A MANO ARMATA
- John Landis: THE BLUES BROTHERS
- Ken Loach: PIOVONO PIETRE
- Leo McCarey: LA GUERRA LAMPO DEI FRATELLI MARX
- Mario Monicelli: AMICI MIEI
- Monty Phython: BRIAN DI NAZARETH- Nanni Moretti: CARO DIARIO
- Christopher Nolan: MEMENTO
- Gérard Oury: TRE UOMINI IN FUGA- Sam Peckinpah: IL MUCCHIO SELVAGGIO
- Pixar Studios: ALLA RICERCA DI NEMO
- Roman Polanski: ROSEMARY'S BABY
- Rob Reiner: MISERY NON DEVE MORIRE
- Gene Saks: LA STRANA COPPIA
- Luciano Salce: IL SECONDO TRAGICO FANTOZZI
- Gabriele Salvatores: MARRAKECH EXPRESS- Martin Scorsese: QUEI BRAVI RAGAZZI
- Steven Spielberg: INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA
- Quentin Tarantino: PULP FICTION
- Jacques Tati: LE VACANZE DI M. HULOT
- François Truffaut: I 400 COLPI
- Orson Welles: L'INFERNALE QUINLAN
- Billy Wilder: VIALE DEL TRAMONTO
- Robert Zemeckis: RITORNO AL FUTURO
Direi che siamo a posto. Ora manca solo da festeggiare (?) il quarantesimo compleanno.
mercoledì 11 gennaio 2012
40 fumetti per i miei primi 40 anni
E siamo arrivati ai fumetti.
Qui è durissima, prima perché coi fumetti ci sono cresciuto, letteralmente, secondo perché è più difficile trovare delle regole di selezione. Si mischiano personaggi, autori, cicli narrativi; c’è il fumetto seriale (“popolare”? “da edicola”?) e i graphic novels (“fumetto d’autore”?).
Alla fine ho dovuto fare scelte dolorose e decidere: per arrivare a non più di 40 e per non impiegarci anni a stilare la lista, ecco le regole. Per ogni personaggio “seriale” si definisce chiaramente il ciclo narrativo, o almeno gli autori; ogni personaggio verrà preso in considerazione una e una sola volta (es. “Daredevil” di Miller/Mazzucchelli e “Daredevil” di Bendis/Maleev” valgono per due, e solo uno potrà entrare in classifica). Allo stesso tempo un autore (autore di testi) potrà essere presente con una sola opera: ossia, se per caso scelgo Miller per il Daredevil di cui sopra, dovrò automaticamente escludere “Sin City” e ogni altra sua opera).
Lo so, è terribile, soprattutto se penso che di Alan Moore ho dovuto scegliere solo uno tra “Watchmen”, “V for Vendetta”, “Promethea” e… Praticamente una scelta impossibile. Un’unica eccezione: Stan Lee, nel cui lavoro però i disegnatori avevano una parte enorme anche nel definire la sceneggiatura, tanto che mi sono sentito di considerare un tutt’uno la coppia di autori. Scelta opinabile? Sicuramente si.Ma i 40 anni portano con sé, oltre all’artrosi, anche la maturità e la capacità di saper scegliere saggiamente di fronte ai bivi che la vita ci presenta. Quindi!
E ora bando alle ciance; ecco l’elencone, al solito in "rigoroso" ordine pseudoalfabetico.
- ALAN FORD di Magnus&Bunker (ovvero i primi 75 numeri della serie. Tutti.)
- ALTAI&JONSON di Tiziano Sclavi/Giorgio Cavazzano
- ASTÉRIX di René Goscinny/Albert Uderzo
- BLANKETS di Craig Thompson
- BLONDIE di Chic Young
- BONE di Jeff Smith
- CAGES di Dave McKean
- CALVIN&HOBBES di Bill Watterson
- COCCOBILL di Benito Jacovitti
- CONTRATTO CON DIO di Will Eisner
- DEVIL: RINASCITA di Frank Miller/David Mazzucchelli (sorry, Bendis&Maleev)
- DILBERT di Scott Adams
- LA DINASTIA DEI PAPERI di Don Rosa
- FABLES di Bill Willingham/Mark Buckingham/Steve Leialoha
- FANTASTIC FOUR di Stan Lee/Jack Kirby/Joe Sinnott
- FROM HELL di Alan Moore/Eddie Campbell (fregati!! E questo esclude sia Watchmen che V…)
- HELLBOY di Mike Mignola
- THE INCREDIBLE HULK di Peter David/Gary Frank
- KEN PARKER di Giancarlo Berardi/Ivo Milazzo (devo sceglierne uno solo? “Adah”)
- LITTLE NEMO di Winsor McKay
- LOVE&ROCKETS di Beto, Jaime e Mario Hernandez
- LUPO ALBERTO di Silver
- MAUS di Art Spiegelman
- MARVELS di Kurt Busiek/Alex Ross
- MONTY (aka ROBOTMAN) di Jim Meddick
- PALESTINA di Joe Sacco
- PEANUTS di Charles Schultz
- LE STRAORDINARIE AVVENTURE DI PENTHOTAL di Andrea Pazienza
- PERSEPOLIS di Marjane Satrapi
- POPEYE di Elsie C. Segar
- RAT-MAN di Leo Ortolani
- SANDMAN di Neil Gaiman/AAVV (solo uno? “Il sogno di mille gatti”)
- LO SCONOSCIUTO di Magnus (qui, a differenza di Alan Ford, Magnus è autore completo quindi la regola è rispettata)
- THE AMAZING SPIDER-MAN di Stan Lee/John Romita Sr.
- STURMTRUPPEN di Bonvi
- THE UNCANNY X-MEN di Chris Claremont/John Byrne
- ZIO PAPERONE di Carl Barks
La "settima arte", la chiamano. Un linguaggio a metà tra la letteratura e il cinema ma con una sua personalità ben precisa che, a suo modo, ha finito in tutti questi anni per influenzare anche la mia. Un mezzo espressivo in cui spesso gli spazi vuoti tra una vignetta e l'altra hanno la stessa importanza delle immagini e delle parole. É lo spazio della fantasia.
Lunga vita al fumetto.
domenica 8 gennaio 2012
40 libri per i miei primi 40 anni
Altra classifica, stavolta dei "miei" 40 libri della vita.
Come per i dischi, solo uno per autore, e non necessariamente il più bello... E' ancora una volta un elenco molto parziale e soprattutto personale; solo io so perchè di Chandler metto "La sorellina" e non ve lo sto qui a dire... Nè mi dilungo in commenti o spiegazioni, stavolta, perchè credo che i titoli parlino da soli.
Amo i libri, leggerli e possederli. Le mie case ne sono sempre state zeppe, e il periodo in cui ho lavorato in RCS Libri è stato uno dei più belli: ero giovane, al primo impiego, e passare la giornata circondato da ogni genere di volumi era emozionante. Ogni tanto la capa vuotava l'ufficio di tutte le copie-staffetta e ci chiamava a saccheggiare le scorte... ora ci sono gli e-book, io stesso ne ho già qualcuno sulle mie diavolerie elettroniche, ma niente può eguagliare l'odore della carta di un libro appena comprato. Le generazioni future saranno più povere, senza queste emozioni.
Permettetemi di ringraziare i miei genitori, che con la famosa lavagnetta magnetica mi insegnarono a leggere all'età di tre anni. Leggenda vuole che la prima parola che lessi fu "farmacia". Da allora non ho più smesso.
- Albert Camus: "Lo straniero"
- Agota Kristof: "Trilogia della città di K."
- Antoine de Saint Exupéry: "Il piccolo principe"
- Buster Keaton: "Memorie a rotta di collo"
- Carlo Collodi: "Le avventure di Pinocchio"
- Charles Baudelaire: "I fiori del male"
- C.W. Ceram: "Cività sepolte"
- Daniel Pennac: "Il paradiso degli orchi"
- Dee Brown: "Seppellite il mio cuore a Wounded Knee"
- Dino Buzzati: "Sessanta racconti"
- Domenico Starnone: "Ex cattedra"
- Edgar Lee Masters: "Antologia di Spoon River"
- Edward Bunker: "Come una bestia feroce"
- Emily Brontë: "Cime tempestose"
- Franz Kafka: "Il processo"
- Fred Vargas: "Sotto i venti di Nettuno"
- Gabriel Garcia Marquez: "Cronaca di una morte annunciata"
- Georges Simenon: "Il caso Saint-Fiacre"
- "Le lettere di Groucho Marx"
- Guy de Maupassant: "Racconti"
- Italo Calvino: "Il visconte dimezzato"
- J. D. Salinger: "Il giovane Holden"
- James Ellroy: "I miei luoghi oscuri"
- John Fante: "Chiedi alla polvere"
- Kurt Vonnegut: "Madre notte"
- Lewis Carroll: "Alice nel paese delle meraviglie"
- Mark Twain: "In cerca di guai"
- Mordecai Richler: "La versione di Barney"
- Neil Gaiman: "Coraline"
- Nicolò Ammaniti: "Io non ho paura"
- Nick Hornby: "Alta fedeltà"
- Patti Smith: "Just kids"
- Primo Levi: "Se questo è un uomo"
- Nando Dalla Chiesa: "Il giudice ragazzino"
- Raymond Carver: "Cattedrale"
- Raymond Chandler: "La sorellina"
- Raymond Quéneau: "Zazie nel metro"
- Robert Louis Stevenson: "Lo strano caso del Dr. Jekyll e del signor Hyde"
- Roddy Doyle: "Paddy Clarke Ha! Ha! Ha!"
- Stefano Benni: "Bar Sport"
Ci sono alcune stranezze, per lo più legate a ricordi di gioventù; "Civiltà sepolte" ad esempio, mi prese moltissimo da ragazzino, tanto che per qualche giorno decisi che da grande avrei fatto l'archeologo. Non l'ho fatto, ovviamente, e non so se rileggendo adesso il libro di Ceram mi piacerebbe allo stesso modo; onestamente, poco importa.
Per chi volesse sbirciare il mio scaffale virtuale su anobii, questo è il link. Auguri...
Next: i 40 fumetti!
Come per i dischi, solo uno per autore, e non necessariamente il più bello... E' ancora una volta un elenco molto parziale e soprattutto personale; solo io so perchè di Chandler metto "La sorellina" e non ve lo sto qui a dire... Nè mi dilungo in commenti o spiegazioni, stavolta, perchè credo che i titoli parlino da soli.
Amo i libri, leggerli e possederli. Le mie case ne sono sempre state zeppe, e il periodo in cui ho lavorato in RCS Libri è stato uno dei più belli: ero giovane, al primo impiego, e passare la giornata circondato da ogni genere di volumi era emozionante. Ogni tanto la capa vuotava l'ufficio di tutte le copie-staffetta e ci chiamava a saccheggiare le scorte... ora ci sono gli e-book, io stesso ne ho già qualcuno sulle mie diavolerie elettroniche, ma niente può eguagliare l'odore della carta di un libro appena comprato. Le generazioni future saranno più povere, senza queste emozioni.
Permettetemi di ringraziare i miei genitori, che con la famosa lavagnetta magnetica mi insegnarono a leggere all'età di tre anni. Leggenda vuole che la prima parola che lessi fu "farmacia". Da allora non ho più smesso.
- Albert Camus: "Lo straniero"
- Agota Kristof: "Trilogia della città di K."
- Antoine de Saint Exupéry: "Il piccolo principe"
- Buster Keaton: "Memorie a rotta di collo"
- Carlo Collodi: "Le avventure di Pinocchio"
- Charles Baudelaire: "I fiori del male"
- C.W. Ceram: "Cività sepolte"
- Daniel Pennac: "Il paradiso degli orchi"
- Dee Brown: "Seppellite il mio cuore a Wounded Knee"
- Dino Buzzati: "Sessanta racconti"
- Domenico Starnone: "Ex cattedra"
- Edgar Lee Masters: "Antologia di Spoon River"
- Edward Bunker: "Come una bestia feroce"- Emily Brontë: "Cime tempestose"
- Franz Kafka: "Il processo"
- Fred Vargas: "Sotto i venti di Nettuno"
- Gabriel Garcia Marquez: "Cronaca di una morte annunciata"
- Georges Simenon: "Il caso Saint-Fiacre"
- "Le lettere di Groucho Marx"
- Guy de Maupassant: "Racconti"
- Italo Calvino: "Il visconte dimezzato"
- J. D. Salinger: "Il giovane Holden"
- James Ellroy: "I miei luoghi oscuri"
- John Fante: "Chiedi alla polvere"
- Kurt Vonnegut: "Madre notte"
- Lewis Carroll: "Alice nel paese delle meraviglie"
- Mark Twain: "In cerca di guai"
- Mordecai Richler: "La versione di Barney"
- Neil Gaiman: "Coraline"
- Nicolò Ammaniti: "Io non ho paura"
- Nick Hornby: "Alta fedeltà"
- Patti Smith: "Just kids"
- Primo Levi: "Se questo è un uomo"
- Nando Dalla Chiesa: "Il giudice ragazzino"
- Raymond Carver: "Cattedrale"
- Raymond Chandler: "La sorellina"
- Raymond Quéneau: "Zazie nel metro"
- Robert Louis Stevenson: "Lo strano caso del Dr. Jekyll e del signor Hyde"
- Roddy Doyle: "Paddy Clarke Ha! Ha! Ha!"
- Stefano Benni: "Bar Sport"
Ci sono alcune stranezze, per lo più legate a ricordi di gioventù; "Civiltà sepolte" ad esempio, mi prese moltissimo da ragazzino, tanto che per qualche giorno decisi che da grande avrei fatto l'archeologo. Non l'ho fatto, ovviamente, e non so se rileggendo adesso il libro di Ceram mi piacerebbe allo stesso modo; onestamente, poco importa.
Per chi volesse sbirciare il mio scaffale virtuale su anobii, questo è il link. Auguri...
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