giovedì 11 agosto 2011
new mutant
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mi ricrederò su Tintin?
In attesa del film di animazione di Steven Spielberg "Le avventure di Tintin: il segreto del liocorno", in uscita in autunno, Rizzoli Lizard sta riproponendo in libreria e fumetteria tutta la serie del personaggio di Hergé in una nuova edizione cartonata "definitiva" (ultimamente si dice così, almeno fino all'edizione successiva che quasi certamente avrà una "nuova traduzione", come questa - e per la gioia del traduttore dell'edizione precedente spesso additato come un demente semianalfabeta).
Quattro volumi già usciti a fine giugno scorso, e gli altri quattro in uscita in ottobre, per ristampare tutta la serie, inclusi il primissimo libro "Tintin nel paese dei Soviet" del 1929, quasi una versione "demo" della famosa ligne claire che diventerà marchio di fabbrica di Hergé e di buona parte del fumetto franco-belga, e l'ultimo incompiuto "Tintin e l'Alph-Art" del 1983. Ventiquattro storie in tutto che hanno fatto la storia del fumetto, a un buon prezzo: 14,90 eurini per otto, i conti fateli voi che a quest'ora non ce la faccio.
Ora, se posso dirlo, a me Tintin è sempre stato cordialmente sulle balle. Mi è sempre parso il classico personaggio saputello che la sa troppo lunga per i miei gusti, e che non manca di fartelo notare appena può. Un po' come Topolino o Superman, via: famosi e rispettati, ma trovatemene uno che non preferisce loro Paperino o l'Uomo Ragno, imperfetti e un po' sfigati come noi. E anche Hergé, con quelle ombre di collaborazionismo coi nazisti durante la guerra, non mi ha mai ispirato granché.
Ma, come spesso mi capita, so di avere dei pregiudizi e di aver spesso sparato critiche senza conoscere bene l'argomento (dai, ammettiamo che a volte è bello farlo!). Ho quindi intenzione di approfittare dell'occasione che mi offre Rizzoli Lizard e di rimediare alla mia ignoranza. Il primo volume è sul mio comodino, vi saprò dire se mi farà cambiare idea.
Quattro volumi già usciti a fine giugno scorso, e gli altri quattro in uscita in ottobre, per ristampare tutta la serie, inclusi il primissimo libro "Tintin nel paese dei Soviet" del 1929, quasi una versione "demo" della famosa ligne claire che diventerà marchio di fabbrica di Hergé e di buona parte del fumetto franco-belga, e l'ultimo incompiuto "Tintin e l'Alph-Art" del 1983. Ventiquattro storie in tutto che hanno fatto la storia del fumetto, a un buon prezzo: 14,90 eurini per otto, i conti fateli voi che a quest'ora non ce la faccio.
Ora, se posso dirlo, a me Tintin è sempre stato cordialmente sulle balle. Mi è sempre parso il classico personaggio saputello che la sa troppo lunga per i miei gusti, e che non manca di fartelo notare appena può. Un po' come Topolino o Superman, via: famosi e rispettati, ma trovatemene uno che non preferisce loro Paperino o l'Uomo Ragno, imperfetti e un po' sfigati come noi. E anche Hergé, con quelle ombre di collaborazionismo coi nazisti durante la guerra, non mi ha mai ispirato granché.
Ma, come spesso mi capita, so di avere dei pregiudizi e di aver spesso sparato critiche senza conoscere bene l'argomento (dai, ammettiamo che a volte è bello farlo!). Ho quindi intenzione di approfittare dell'occasione che mi offre Rizzoli Lizard e di rimediare alla mia ignoranza. Il primo volume è sul mio comodino, vi saprò dire se mi farà cambiare idea.
domenica 31 luglio 2011
Dio esiste: "Fantastic Four" di Lee & Kirby torna in edicola.
La benemerita (almeno in questo caso) Panini Comics da circa un anno ci sta riprovando con le ristampe da edicola di classico materiale Marvel degli anni '60. Dopo anni di insuccessi l'editore modenese sta cercando in qualche modo di sfruttare la scia dei film che proprio in questi mesi stanno riportando in auge personaggi legati al mondo Avengers per far uscire "Marvel Collection", una testata mensile che ha finora proposto in cicli di 4 numeri albi proprio di Capitan America, Thor e proprio i Vendicatori.
Ora è il turno di Fantastic Four, finalmente. Si, perchè le storie dei Fantastici Quattro di Stan "the man" Lee e Jack "the king" Kirby (con Joe Sinnott: inchiostratore di importanza fondamentale con cui iniziò il salto di qualità) sono quanto di più marvelliano sia mai stato pubblicato: nel senso di "tipico Marvel", essendo queste storie vecchie di 45 anni l'essenza stessa della golden age della casa editrice newyorkese, con tutti i personaggi e le trame su cui si sono basate le storie dei decenni successivi (a parte i 4, cito solo gli Inumani, Galactus, Silver Surfer, il Dottor Destino, Namor, Pantera Nera, Klaw... basta così?). Ma anche per il senso di meraviglia e stupore che ancora oggi queste storie suscitano nel lettore: certo, i dialoghi del vecchio Stan sono invecchiati maluccio, ridondanti e ingenui come molte delle trame se facciamo un paragone con lo stile odierno, ma basta ammirare i disegni di Kirby per lasciarsi trasportare in un mondo fantastico fatto di alieni, mostri, tecnologia avveniristica, universi paralleli e buchi spaziotemporali.

Lee e Kirby hanno saputo creare con i loro supereroi un universo entrato ormai nell'immaginario collettivo, così come fece Carl Barks con i suoi paperi disneyani: un mondo fantastico e allo stesso tempo credibile, popolato di eroi che sono persone come noi e con cui per questo ci possiamo identificare. Un mondo che oggi, grazie soprattutto all'industria cinematografica hollywoodiana, fa parte della quotidianità di diverse generazioni: si pensi ai film sui Fantastici Quattro, certo, ma anche Spiderman, Iron Man, X-Men, Devil, Hulk e, proprio in questi mesi, Thor, Capitan America e prossimamente i Vendicatori. Risultati altalenanti, certo, ma in generale ottime produzioni (tranne quella su Devil, davvero orripilante) dal budget elevato e con cast di tutto rispetto.
Continuo però a pensare che noi che negli anni 70 abbiamo scoperto questo mondo direttamente sulle pagine di coloratissimi fumetti siamo decisamente più fortunati: rileggere oggi quelle storie me ne da la conferma. Per questo spero che stavolta questa iniziativa editoriale duri nel tempo e che ci dia l'opportunità di rileggere ancora decine e decine delle storie classiche con cui sono cresciuto: la passione dei redattori di Panini, direttore Lupoi (grandissimo appassionato del Quaartetto) in testa, è in questo caso buona garanzia se non di riuscita almeno di caparbietà. Non voglio credere che la (temporanea?) chiusura dell'analogo esperimento con le ristampe di Marvel Team Up sia un cattivo segnale in tal senso...
Per dirla con Stan Lee: 'NUFF SAID!
PS. Per gli appassionati di Jack Kirby (che già lo sapranno, se no che appassionati sono!), segnalo l'uscita italiana del volume "Jack Kirby, King of Comics" curata delle Edizioni BD. Imperdibile.
Ora è il turno di Fantastic Four, finalmente. Si, perchè le storie dei Fantastici Quattro di Stan "the man" Lee e Jack "the king" Kirby (con Joe Sinnott: inchiostratore di importanza fondamentale con cui iniziò il salto di qualità) sono quanto di più marvelliano sia mai stato pubblicato: nel senso di "tipico Marvel", essendo queste storie vecchie di 45 anni l'essenza stessa della golden age della casa editrice newyorkese, con tutti i personaggi e le trame su cui si sono basate le storie dei decenni successivi (a parte i 4, cito solo gli Inumani, Galactus, Silver Surfer, il Dottor Destino, Namor, Pantera Nera, Klaw... basta così?). Ma anche per il senso di meraviglia e stupore che ancora oggi queste storie suscitano nel lettore: certo, i dialoghi del vecchio Stan sono invecchiati maluccio, ridondanti e ingenui come molte delle trame se facciamo un paragone con lo stile odierno, ma basta ammirare i disegni di Kirby per lasciarsi trasportare in un mondo fantastico fatto di alieni, mostri, tecnologia avveniristica, universi paralleli e buchi spaziotemporali.

Lee e Kirby hanno saputo creare con i loro supereroi un universo entrato ormai nell'immaginario collettivo, così come fece Carl Barks con i suoi paperi disneyani: un mondo fantastico e allo stesso tempo credibile, popolato di eroi che sono persone come noi e con cui per questo ci possiamo identificare. Un mondo che oggi, grazie soprattutto all'industria cinematografica hollywoodiana, fa parte della quotidianità di diverse generazioni: si pensi ai film sui Fantastici Quattro, certo, ma anche Spiderman, Iron Man, X-Men, Devil, Hulk e, proprio in questi mesi, Thor, Capitan America e prossimamente i Vendicatori. Risultati altalenanti, certo, ma in generale ottime produzioni (tranne quella su Devil, davvero orripilante) dal budget elevato e con cast di tutto rispetto.
Continuo però a pensare che noi che negli anni 70 abbiamo scoperto questo mondo direttamente sulle pagine di coloratissimi fumetti siamo decisamente più fortunati: rileggere oggi quelle storie me ne da la conferma. Per questo spero che stavolta questa iniziativa editoriale duri nel tempo e che ci dia l'opportunità di rileggere ancora decine e decine delle storie classiche con cui sono cresciuto: la passione dei redattori di Panini, direttore Lupoi (grandissimo appassionato del Quaartetto) in testa, è in questo caso buona garanzia se non di riuscita almeno di caparbietà. Non voglio credere che la (temporanea?) chiusura dell'analogo esperimento con le ristampe di Marvel Team Up sia un cattivo segnale in tal senso...
Per dirla con Stan Lee: 'NUFF SAID!
PS. Per gli appassionati di Jack Kirby (che già lo sapranno, se no che appassionati sono!), segnalo l'uscita italiana del volume "Jack Kirby, King of Comics" curata delle Edizioni BD. Imperdibile.
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martedì 26 luglio 2011
sogni d'oro a tutti
Floating far above the cloud
Sinking far below the ground
No form only my senses remain
martedì 19 luglio 2011
another ZZ night
L'altra sera sono tornato a vedere gli ZZ Top in concerto, un anno dopo la mia prima esperienza live con i barbuti a Vigevano, quello che definii il mio concerto dell'anno 2010 (e da cui sono tratte le foto di questo post). Stavolta suonavano a Barcellona, nella piazzetta del Poble Espanyol: mi chiedevo come potesse essere un concerto qui, io che ricordavo questo fintissimo paesino costruito ad hoc per i turisti come piccolino e molto kitch. Quest'anno ci ha suonato Dylan, per dire, e ci è tornato il carrozzone del Primavera Sound, che proprio al Poble Espanyol aveva mosso i primi passi più di un decennio fa. In effetti non è male, devo dire: capienza giusta per concerti di questa portata, persino un suo fascino se ben illuminato, pacchiano il giusto per gente abituata a cappellacci e paillettes se pure in salsa western come i Nostri. Da "Viva Las Vegas" a "Visca el Poble Espanyol" il passo può essere breve, insomma.
Stendendo un velo pietoso sul gruppo spalla, ecco dunque le mie barbe preferite a iniziare alle 22 in punto la loro lezione di blues rock texano: poche le sorprese in una scaletta che ricalca quasi esattamente quella del tour dello scorso anno e in buona parte quella del paio di DVD live pubblicati ultimamente. Ma va benissimo così: partenza a razzo con "Got me under pressure" e poi subito la doppietta "Waiting for the bus"/"Jesus just left Chicago". Dusty Hill e Frank Beard, l'unico dei tre che la barba ce l'ha nel cognome e non in faccia, scandiscono la ritmica in modo perfetto, mentre Billy Gibbons, colui che quarant'anni fa un certo Jimi Hendrix incoronò suo erede, alterna assoli da brivido a pezzi ritmici come probabilmente non ho mai visto fare da nessuno. Non importa che il brano più recente che hanno fatto risalga al '92 ("Pincushion", da "Antenna"): oscilliamo tra i Settanta ("Just got paid", "Brown sugar", "Cheap sunglasses", "I'm bad, I'm nationwide") e gli Ottanta che diedero loro il successo mondiale (la triade "Gimme all our loving", "Sharp dressed men" e "Legs" con tanto di chitarra e basso ricoperti di pelo bianco) e non potrremmo chiedere di più. Una canzone che non conosco, se è un assaggio dal tanto atteso nuovo album prodotto da re mida Rick Rubin, non promette nulla di buono, e tutto sommato anche la cover di "Hey Joe" non ci sta granchè bene. Per il sottoscritto il top della serata è stato il lentaccio "I need you tonight" con un assolo di Billy G di oltre un minuto fatto con la sola mano sinistra (recuperare video di youtube per credere): mi sarei aspettato "Blue Jean blues" ma è stato pure meglio.Dopo l'immancabile bis di "La Grange" e "Tush" vado a casa ancora una volta soddisfatto, resistendo chissà perchè all'acquisto della maglietta. Saranno anche dinosauri fuori dal tempo, reazionari sudisti tutti immersi nella mitologia "donne e motori", ma al diavolo: di musica così non se ne fa più. Trovatemi un gruppo gggiovane che salga sul palco con questa classe, questa perizia tecnica messa al servizio delle canzoni, senza mai una nota di troppo e con questa modestia e bonaria simpatia.
Chitarra, basso batteria e barbe: long live ZZ Top, gente.
venerdì 8 luglio 2011
il primo amore non si scorda mai: Violent Femmes/"3" (1989)
Si sa, non sempre le cose che preferiamo sono le migliori. "3" non è il miglior album dei Violent Femmes, sicuramente no, ma è il primo che ho ascoltato del gruppo di Milwakee, ed è stato amore a primo ascolto: uno degli amori più travolgenti che abbia provato durante la mia lunga carriera di ascoltatore rockettaro.Col senno di poi è facile inquadrare gli eventi in un modo diverso: quarto album del gruppo, "3" viene dopo i capolavori assoluti degli esordi, l'omonimo del 1983 e il seguito "Hallowed Ground" dell'anno seguente soprattutto. Dischi unici, caratterizzati da strumenti per lo più acustici (chitarra, lo spettacolare basso acustico di Brian Ritchie e la rudimentale batteria "fatta in casa" di Victor Delorenzo suonata con le spazzole) in stile buskers, dalla voce stridula e nasale di Gordon Gano e da uno spirito decisamente punk venato da ironia, sarcasmo adolescenziale e grande immediatezza. Uno spettacolo insuperato, di fronte al quale il nostro povero "3" appare piccolino. Ma pensate piuttosto di ascoltarlo per primo, come feci io, senza conoscere "Add it up", "Kiss off", "Promise", "Country death song", "Jesus walking on the water" e nessuno dei capolavori disseminati nei due album d'esordio. Neppure "Blister in the sun", via: e sembra oggi davvero impossibile. Senza sapere nemmeno che il gruppo si sciolse per un paio d'anni dopo "The blind leading the naked", il terzo album (sovra)prodotto dalla Testa Parlante Jerry Harrison, e che quindi siamo qui di fronte a un nuovo inizio.
"3" offre esattamente quanto promette la copertina: tre musicisti soli con la loro basica strumentazione, quella acustica degli esordi, proprio nel tentativo di ritrovare quella semplicità e quella contagiosa immediatezza.
"Nightmares", il singolo d'apertura di cui girò anche un video pochissimo visto su Mtv, pare rispettare le promesse con il suo ritornello coinvolgente, e altrettanto fanno le frenetiche "Just like my father" e "Dating days": basso acustico scatenato, spazzole pestate sullo snare drum (in pratica un secchio metallico rovesciato su un rullante, fatto in casa da DeLorenzo e suonato in piedi, come avrò modo di vedere nel 1991 nel mio primo concerto dal vivo dei Femmes, durante la tournée del successivo "Why do birds sing?") e testi stralunati urlati da Gano. La deliziosa "Fat" ci fa riprendere fiato prima dell'assalto elettrico di "Fool in the fool moon", e da lì in poi l'atmosfera dell'album cambia e si fa più riflessiva, malinconica, lenta. Con le uniche eccezioni di "Telephone book" (divertente ma innocua) e "Lies" (di maggior spessore, con il banjo in prima linea), praticamente tutte le canzoni della seconda parte del disco sono lente e amare: solo chitarra e voce (la cupissima "Nothing worth living for", la conclusiva "See my ships" che fa riferimento alla tragica morte di Marvin Gaye ucciso da un colpo d'arma da fuoco esploso dal padre), o con sommessi interventi di sax e tastiere di una versione dei fedeli Horns of Dilemma decisamente ridotta rispetto ai due album precedenti ("World we're living in", "Outside the palace", la leggermente più vivace "Mother of a girl"), questa sequenza di canzoni rappresenta un esempio unico negli otto album di studio del trio di Milwakee.
Una passione, la mia, che mi ha portato nel corso degli anni a cercare tutto il materiale pubblicato dal gruppo e dai suoi componenti come solisti:ma questa è un'altra storia, e ci sarà occasione per scriverne ancora.
martedì 28 giugno 2011
Vasco Rossi appende l'ugola al chiodo
Per parafrasare Igor in Frankenstein Jr.: "Ugola? Quale ugola?"
Insomma gente, la notizia del giorno, in mancanza di qualcosa di meglio, è il presunto ritiro del Blasco nazionale (quello ignorato dai media fino a quando non ha iniziato davvero a fare musica urenda, e da allora idolo dei Mollica e dei Luzzattifegiz) dal rock, o dai concerti, o dai tour organizzati, o dalla musica addirittura! A parte che le frasi pronunciate dal "rocker di Zocca" (ah quanto mi piace!) sono a dir poco sibilline, e a parte che dalla musica si era ritirato già da qualche anno, la notizia ha avuto ampio spazio sui media nazionali, notoriamente attenti alla musica di qualità e alle ultime tendenze musicali, ed è stata seguita dal panico dei fans. Non disperate, amici vascomani! "Mi ritiro da rockstar" può voler dire molte cose: che faccia un disco di cover del Quartetto Cetra, ad esempio, o che si dia alla sceneggiata napoletana, o che parta in tour con i Tenores de' Bitti. C'è ancora speranza.
Vasco Rossi, come per molti italiani, è stato il mio primo amore musicale. Conoscevo tutte le canzoni a memoria, e per anni ho letteralmente sfrantegato i maroni ad amici e parenti (cantare "Fegato fegato spappolato" alla nonna faceva molto punk, nei miei sciagurati e ridicoli 15 anni, e la nonna mi guardava e se la rideva) e il concerto di Vasco è stato il mio primo happening musicale: Arena di Milano, 1989, tour di "Liberi liberi". Vidi anche "Ciao ma'" al cinema coi compagni del liceo, e ammettetelo, ci è voluto un gran bel coraggio. Poi, nel 1990, ho scoperto i Velvet Underground e la mia vita non è stata più la stessa.
Non voglio fare lo snob, e dire che "da quando ho scoperto la musica vera non ho più ascoltato Vasco". È vero, intendiamoci. Ma non è che non l'ho più ascoltato perchè ho scoperto la musica vera nel senso che la sua non lo era, semplicemente non l'ho più ascoltato perchè lui ha smesso di fare cose decenti. Certo, io ho cambiato gusti e "mi sono evoluto", ma dai, ammettiamolo: Vasco si è musicalmente rincoglionito da almeno due decenni (ma anche prima... no dico: "Ciao ma'"!!!). Qualche canzone decente qua e là, ma il livello generale è crollato in picchiata, in misura uguale e contraria all'entità del suo conto in banca e al numero di fans e di pseudogiornalisti pseudomusicali che gli sono andati in scia.
I fans naturalmente non lo ammetteranno mai, anche se lo sanno benissimo anche loro. Mi aspetto una serie di insulti sul blog (capitò parlando - bene! - di Roger Waters, figuriamoci se non capiterà ora) ma dai: uno che fa quella cover di Creep non è difendibile, non più, e ancor meno lo è chi fa un disco come il suo ultimo ("eh già, sembrava la fine del mondo ma sono ancora qua,
ci vuole abilità, eh, già": vogliamo parlarne? anche no).
E ai fans torno a dire: Vasco è stanco e imbolsito ma mica scemo. Concerti ne farà ancora, e sicuramente farà dischi. Speriamo che il maggior tempo libero gli faccia tornare la voglia di musica, quella buona, quella vera. E se no amen: continueremo ad ascoltarci "Colpa d'Alfredo" come, fatte le debite proporzioni, degli Stones mettiamo su "Beggars Banquet" e non certo "Steel Wheels".
Insomma gente, la notizia del giorno, in mancanza di qualcosa di meglio, è il presunto ritiro del Blasco nazionale (quello ignorato dai media fino a quando non ha iniziato davvero a fare musica urenda, e da allora idolo dei Mollica e dei Luzzattifegiz) dal rock, o dai concerti, o dai tour organizzati, o dalla musica addirittura! A parte che le frasi pronunciate dal "rocker di Zocca" (ah quanto mi piace!) sono a dir poco sibilline, e a parte che dalla musica si era ritirato già da qualche anno, la notizia ha avuto ampio spazio sui media nazionali, notoriamente attenti alla musica di qualità e alle ultime tendenze musicali, ed è stata seguita dal panico dei fans. Non disperate, amici vascomani! "Mi ritiro da rockstar" può voler dire molte cose: che faccia un disco di cover del Quartetto Cetra, ad esempio, o che si dia alla sceneggiata napoletana, o che parta in tour con i Tenores de' Bitti. C'è ancora speranza.
Vasco Rossi, come per molti italiani, è stato il mio primo amore musicale. Conoscevo tutte le canzoni a memoria, e per anni ho letteralmente sfrantegato i maroni ad amici e parenti (cantare "Fegato fegato spappolato" alla nonna faceva molto punk, nei miei sciagurati e ridicoli 15 anni, e la nonna mi guardava e se la rideva) e il concerto di Vasco è stato il mio primo happening musicale: Arena di Milano, 1989, tour di "Liberi liberi". Vidi anche "Ciao ma'" al cinema coi compagni del liceo, e ammettetelo, ci è voluto un gran bel coraggio. Poi, nel 1990, ho scoperto i Velvet Underground e la mia vita non è stata più la stessa.Non voglio fare lo snob, e dire che "da quando ho scoperto la musica vera non ho più ascoltato Vasco". È vero, intendiamoci. Ma non è che non l'ho più ascoltato perchè ho scoperto la musica vera nel senso che la sua non lo era, semplicemente non l'ho più ascoltato perchè lui ha smesso di fare cose decenti. Certo, io ho cambiato gusti e "mi sono evoluto", ma dai, ammettiamolo: Vasco si è musicalmente rincoglionito da almeno due decenni (ma anche prima... no dico: "Ciao ma'"!!!). Qualche canzone decente qua e là, ma il livello generale è crollato in picchiata, in misura uguale e contraria all'entità del suo conto in banca e al numero di fans e di pseudogiornalisti pseudomusicali che gli sono andati in scia.
I fans naturalmente non lo ammetteranno mai, anche se lo sanno benissimo anche loro. Mi aspetto una serie di insulti sul blog (capitò parlando - bene! - di Roger Waters, figuriamoci se non capiterà ora) ma dai: uno che fa quella cover di Creep non è difendibile, non più, e ancor meno lo è chi fa un disco come il suo ultimo ("eh già, sembrava la fine del mondo ma sono ancora qua,ci vuole abilità, eh, già": vogliamo parlarne? anche no).
E ai fans torno a dire: Vasco è stanco e imbolsito ma mica scemo. Concerti ne farà ancora, e sicuramente farà dischi. Speriamo che il maggior tempo libero gli faccia tornare la voglia di musica, quella buona, quella vera. E se no amen: continueremo ad ascoltarci "Colpa d'Alfredo" come, fatte le debite proporzioni, degli Stones mettiamo su "Beggars Banquet" e non certo "Steel Wheels".
R.I.P. Gene Colan
Poche ore fa ci ha lasciati Eugene "Gene" Colan, storico disegnatore della Marvel Comics che ha legato il suo nome a supereroi degli anni 60 e 70 come Iron Man, Capitan America e Daredevil.
Per me, che ho sempre schifato l'Uomo di Ferro e Cap (almeno fino a tempi recenti), il vecchio Gene era soprattutto Devil, il Devil di quando io ero un piccolo divoratore di fumetti: quello sghembo, storto, dai tratti deformati, che combatteva di notte contro nemici assurdi e spesso imbarazzanti quali Stilt-Man, il Gufo, Mister Hyde, il Gladiatore, lo Scarabeo, persino L'UOMO-RANA (dio!!! perché, Stan??). Quello fidanzato con Karen Page a cui rivelò la sua identità segreta e che poi, dopo il comprensibile crollo della bella Karen (che non si sarebbe più ripresa, la poveretta), si mise a saltellare tra i tetti di Hell's Kitchen con l'intrigante Vedova Nera (mai capito che poteri avesse, a parte quei bracciali spara-cose, ma di sicuro era una gran gnocca).
Uno stile di disegno inimitabile il suo, nero, oscuro, in cui i corpi sfidavano la legge di gravità, che diede spessore al personaggio del Cornetto ben prima che arrivasse Frank Miller e lo rendesse definitivamente adulto. E noi con lui.
E allora buon viaggio vecchio Gene, e chissà che la tua morte (ahimé) non sia l'occasione per i tipi pigri di Panini di ripubblicare il tuo vero capolavoro: quel "Tomb of Dracula" con testi di Marv Wolfman di cui disegnasti tutti i 70 numeri dal 1972 al 1979. In Spagna si trova in una splendida ristampa da mesi; in Italia, come spesso accade, no.
Rest in peace, e salutaci Karen Page.
Per me, che ho sempre schifato l'Uomo di Ferro e Cap (almeno fino a tempi recenti), il vecchio Gene era soprattutto Devil, il Devil di quando io ero un piccolo divoratore di fumetti: quello sghembo, storto, dai tratti deformati, che combatteva di notte contro nemici assurdi e spesso imbarazzanti quali Stilt-Man, il Gufo, Mister Hyde, il Gladiatore, lo Scarabeo, persino L'UOMO-RANA (dio!!! perché, Stan??). Quello fidanzato con Karen Page a cui rivelò la sua identità segreta e che poi, dopo il comprensibile crollo della bella Karen (che non si sarebbe più ripresa, la poveretta), si mise a saltellare tra i tetti di Hell's Kitchen con l'intrigante Vedova Nera (mai capito che poteri avesse, a parte quei bracciali spara-cose, ma di sicuro era una gran gnocca).
Uno stile di disegno inimitabile il suo, nero, oscuro, in cui i corpi sfidavano la legge di gravità, che diede spessore al personaggio del Cornetto ben prima che arrivasse Frank Miller e lo rendesse definitivamente adulto. E noi con lui.E allora buon viaggio vecchio Gene, e chissà che la tua morte (ahimé) non sia l'occasione per i tipi pigri di Panini di ripubblicare il tuo vero capolavoro: quel "Tomb of Dracula" con testi di Marv Wolfman di cui disegnasti tutti i 70 numeri dal 1972 al 1979. In Spagna si trova in una splendida ristampa da mesi; in Italia, come spesso accade, no.
Rest in peace, e salutaci Karen Page.
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domenica 19 giugno 2011
I La Crus raddoppiano, e io mi sento meno solo
I La Crus sono stati probabilmente il gruppo italiano che più mi ha appassionato musicalmente e che più attraverso i testi delle proprie canzoni ha saputo descrivere me e i momenti della vita che ho vissuto negli ultimi 15 anni. Spesso sono arrivato a pensare che mi conoscessero meglio di quando non mi conoscessi io, tanto era impressionante la loro capacità di interpretare sempre i miei stati d'animo; infine, a coronamento di questo "nostro" percorso comune, si sono sciolti nel 2008, proprio quando avrebbero dovuto, quasi a segnare definitivamente il distacco che anch'io stavo vivendo.
Dopo un'estemporanea reunion sul palco dell'ultimo Sanremo, dove hanno proposto con successo quella "Io confesso" che in realtà già era lavoro solista di Mauro Ermanno Giovanardi, i due principali componenti del gruppo sono recentemente usciti con i loro rispettivi album solisti, tra conferme e piacevoli sorprese.
La conferma è "Ho sognato troppo l'altra notte?" di Mauro Ermanno Giovanardi, che può a un primo ascolto rappresentare la continuità col passato sopratutto grazie all'espressività della sua inconfondibile e caldissima voce. Un album pieno di spunti, un paio di cover ("Bang bang", cantata con Violante Placido, e "Solitary man", entrambe proposte nella versione italiana), un taglio cinematografico ancor più accentuato del solito, molti archi e suggestive tinte sixties.
La sorpresa è invece il primo album omonimo di Cesare Malfatti, davvero bello. Dico sorpresa non perché avessi dubbi sulle capacità di Cesare, che é stato artefice del sound dei La Crus almeno quanto Joe, ma piuttosto perché non pensavo a un esordio così immediato come solista, immaginandomelo piuttosto impegnato come produttore o in progetti paralleli come quello coi Dining Rooms. Invece, suonando tutti gli strumenti e sfoderando una voce timida ma sicura, Malfatti sforna 11 canzoni delicate e personali, caratterizzate da una strumentazione perlopiù acustica superbamente arrangiata e con testi sempre profondi, colti e introspettivi: a ben vedere i due terzi dei La Crus sono qui, dato che le parole sono firmate da quell'Alessandro Cremonesi che del gruppo milanese é stato la terza colonna nascosta. Tutte le canzoni dell'album si possono ascoltare in streaming qui, dove trovate anche tutti i testi. Chiudete gli occhi e lasciate che questa musica matura e intensa vi entri dentro in punta di piedi e vi faccia compagnia come solo i cari amici riescono a fare: quelli con cui potete permettervi di essere tristi e allegri, senza finzioni, e con cui riuscite ad essere voi stessi.
Merita un commento particolare il legame che Joe e Cesare mantengono con il loro pubblico. Entrambi hanno un profilo Facebook in cui mantengono un rapporto attivo con amici veri e virtuali, commentando e interagendo personalmente con tutti in maniera davvero inusuale; questo dà bene l'idea dell'umanità e della "normalità" che i due hanno mantenuto con il passare degli anni (lo stesso capita ad esempio con un altro monumento della musica indie italiana: Cristina Donà).
Chapeau, e grazie per non avermi lasciato solo per troppo tempo.
Dopo un'estemporanea reunion sul palco dell'ultimo Sanremo, dove hanno proposto con successo quella "Io confesso" che in realtà già era lavoro solista di Mauro Ermanno Giovanardi, i due principali componenti del gruppo sono recentemente usciti con i loro rispettivi album solisti, tra conferme e piacevoli sorprese.
La conferma è "Ho sognato troppo l'altra notte?" di Mauro Ermanno Giovanardi, che può a un primo ascolto rappresentare la continuità col passato sopratutto grazie all'espressività della sua inconfondibile e caldissima voce. Un album pieno di spunti, un paio di cover ("Bang bang", cantata con Violante Placido, e "Solitary man", entrambe proposte nella versione italiana), un taglio cinematografico ancor più accentuato del solito, molti archi e suggestive tinte sixties.La sorpresa è invece il primo album omonimo di Cesare Malfatti, davvero bello. Dico sorpresa non perché avessi dubbi sulle capacità di Cesare, che é stato artefice del sound dei La Crus almeno quanto Joe, ma piuttosto perché non pensavo a un esordio così immediato come solista, immaginandomelo piuttosto impegnato come produttore o in progetti paralleli come quello coi Dining Rooms. Invece, suonando tutti gli strumenti e sfoderando una voce timida ma sicura, Malfatti sforna 11 canzoni delicate e personali, caratterizzate da una strumentazione perlopiù acustica superbamente arrangiata e con testi sempre profondi, colti e introspettivi: a ben vedere i due terzi dei La Crus sono qui, dato che le parole sono firmate da quell'Alessandro Cremonesi che del gruppo milanese é stato la terza colonna nascosta. Tutte le canzoni dell'album si possono ascoltare in streaming qui, dove trovate anche tutti i testi. Chiudete gli occhi e lasciate che questa musica matura e intensa vi entri dentro in punta di piedi e vi faccia compagnia come solo i cari amici riescono a fare: quelli con cui potete permettervi di essere tristi e allegri, senza finzioni, e con cui riuscite ad essere voi stessi.
Mentre l'album di Joe si trova comodamente in tutti i negozi di dischi, e anzi ha goduto di un battage pubblicitario notevole da parte della sua major discografica, il cd di Cesare si può per ora ordinare solo direttamente a lui, scrivendo una mail all'indirizzo cesare.malfatti@gmail.com, e arriva a casa in una splendida confezione numerata, personalizzata e cucita a mano: un altro motivo per non farselo sfuggire. Passate parola.
Chapeau, e grazie per non avermi lasciato solo per troppo tempo.
venerdì 17 giugno 2011
giovedì 2 giugno 2011
Primavera Sound 2011: tercer día
Il terzo giorno é stato il più lungo e il più intenso, iniziato già alle 4 e mezza del pomeriggio con… una coda. L’organizzazione è riuscita a complicare anche i concerti dell’Auditori, con un sistema piuttosto demenziale di “micro-prenotazione”. In pratica si potevano prenotare i biglietti ma solo all’apertura dei cancelli lo stesso giorno dell’evento. Quindi: concerto di John Cale alle 17.45, apertura porte ore 16.30 (ma ritardata di 10 minuti, conseguenza: coda), necessità di recarsi al botteghino oltre l’area ristorazione (5 minuti a piedi), altra mega-coda fatta solo per scoprire che i biglietti erano già esauriti! La scoperta successiva è che comunque si può provare ad entrare all’Auditori anche senza prenotazione (e senza pagare i 2 € relativi). Quindi: uscire di nuovo dal recinto, fare un’altra coda serpentinosa ed entrare in una sala… mezza vuota! Mah. Ma non importa, ero talmente carico quel giorno che avevo deciso di non portarmi neppure la macchina fotografica per evitare distrazioni... Motivo per cui non vedrete mie foto dei gruppi in programma il terzo giorno.
Ma torniamo a John Cale, che ha suonato per intero il capolavoro "Paris 1919" (in kilt!) per poi proseguire con pezzi nuovi (brutti) e molto vecchi, ripescando dal repertorio chicche dimenticate (“Hedda Gabler”) e rese molto bene con l’apporto di un’orchestra di 16 elementi; peccato per il mancato bis di “Gun/Pablo Picasso” che fece a Brescia, ma la conclusione di “Captain Hook”, da sempre una delle mie canzoni preferite di “Sabotage”, è stata spettacolare.
Più difficile parlare del concerto di PJ Harvey. Lei resta senza dubbio uno di quei personaggi di caratura superiore, e si vede, ma l’ultimo album (che viene ripreso quasi per intero) e i due precedenti non sono tra i miei preferiti: preferivo la Polly rockera e sguaiata con chitarra elettrica a tracolla a questa, vestita di bianco virginale e con cofana fiorata Björk-style, che imbraccia un cacchio di pseudo-chitarra dall’aria medievale (aveva ragione Tommy: è l'autoharp). Grande interpretazione, intendiamoci, ottimo gruppo capitanato dall’omonimo Mick Harvey (e con lui la reunion virtuale dei Bad Seeds storici è completa, dopo Nick giovedì e Blixa poco prima), e quando partono “C’mon Billy”, “Angeline”, “Meet Ze Monsta” e “The Sky Lit Up” si respira l’aria dei tempi che fu. PJ è un'Artista con la A maiuscola. Ma…
Purtroppo mi è toccato perdermi Dean Wareham, che a dire di molti è stato protagonista uno dei migliori act del festival. L’ubiquità ancora non è di questa terra. Sotto quindi con quello che prevedevo sarebbe stato un finale degno di cotanti tre giorni: il concerto della Blues Explosion. Che dire? La solita ora e un quarto che vale per tre, un remix live di canzoni e frammenti di canzoni fuse tra loro a un ritmo impressionante, tra urla belluine, mossette da Elvis in salsa punk e sudore a fiumi (that’s the sweat of the Blues Explosion!). Jon Spencer, Russel Simins e Judah Bauer dal vivo restano anche a distanza di anni un’esperienza straordinaria, ed è stata una soddisfazione personale vedere lo stupore ammirato dell’inizialmente scettico Pinux (che non essendo ubiquo nemmeno lui ha dovuto scegliere tra JSBX e Mogwai, e ha scelto bene). E stavolta si è unito al trio anche Money Mark, già che c’era. Per dire il livello.
Ma torniamo a John Cale, che ha suonato per intero il capolavoro "Paris 1919" (in kilt!) per poi proseguire con pezzi nuovi (brutti) e molto vecchi, ripescando dal repertorio chicche dimenticate (“Hedda Gabler”) e rese molto bene con l’apporto di un’orchestra di 16 elementi; peccato per il mancato bis di “Gun/Pablo Picasso” che fece a Brescia, ma la conclusione di “Captain Hook”, da sempre una delle mie canzoni preferite di “Sabotage”, è stata spettacolare.Subito dopo al Sant Miguel c’era uno dei gruppi gggiovani più attesi, i Fleet Foxes, che sono proprio bravini. Non esattamente il mio genere, con quei passaggi tra coretti sixties resi perfettamente anche dal vivo ma tendenzialmente da orchite, alternati a passaggi più ritmati e percussivi.
Alle 21.15, quando molta gente si è spostata al palco Llevant a vedere la finale di Champions Barça-United sugli schermi allestiti per l’occasione, noi ci siamo piazzati sotto il palco Ray-Ban su cui gli Einstürzende Neubauten hanno marcato la differenza tra gruppo “bravo” e gruppo “monstre”. Ragazzi, parliamoci chiaro: come loro non c’è nessuno, e ogni concerto è un happening di lamiere, tubi, fusti di plastica, trapani, turbine di jet, un tappeto sonoro e visuale straordinario su cui si poggiano il basso del canottierato Alexander Hacke (che sembra appena uscito da un film porno tedesco degli anni 80) e la voce del dio Blixa. Tra “The Garden” e il bis “Redukt” (e in mezzo tra le altre “Sabrina”, “Haus der Lüge” e una devastante “Headcleaner”), un gruppo in grandissima forma a cui è stata strettissima l’ora e un quarto di concerto. Probabilmente il mio gruppo preferito di tutti i tempi (l’ho detto).
Più difficile parlare del concerto di PJ Harvey. Lei resta senza dubbio uno di quei personaggi di caratura superiore, e si vede, ma l’ultimo album (che viene ripreso quasi per intero) e i due precedenti non sono tra i miei preferiti: preferivo la Polly rockera e sguaiata con chitarra elettrica a tracolla a questa, vestita di bianco virginale e con cofana fiorata Björk-style, che imbraccia un cacchio di pseudo-chitarra dall’aria medievale (aveva ragione Tommy: è l'autoharp). Grande interpretazione, intendiamoci, ottimo gruppo capitanato dall’omonimo Mick Harvey (e con lui la reunion virtuale dei Bad Seeds storici è completa, dopo Nick giovedì e Blixa poco prima), e quando partono “C’mon Billy”, “Angeline”, “Meet Ze Monsta” e “The Sky Lit Up” si respira l’aria dei tempi che fu. PJ è un'Artista con la A maiuscola. Ma…Il tempo di stravaccarsi su una sedia per un pezzo di pizza, di intravedere 30 secondi di Animal Collective (bleah), e si può dichiarare chiusa questa edizione del Primavera. Si, perché ci sarebbero stati ancora i Mercury Rev al Poble Espanyol domenica, ma il fisico proprio non ce l'ha fatta, per quest’anno ya está.
Ho letto il lunedì sul giornale che quest’anno sono passate dal Fòrum 120.000 persone distribuite nei tre giorni, record assoluto di presenze per un Primavera Sound che è ormai il festival per eccellenza del panorama indie rock europeo. Se l’anno prossimo riusciranno a farci comprare anche delle birre senza troppi casini, sarà davvero il massimo. Lunga vita al Primavera Sound (e alle nostre schiene doloranti).
mercoledì 1 giugno 2011
Primavera Sound 2011: segundo día
Il secondo giorno di festival é, sulla carta, il meno attraente per il sottoscritto: suonano fior di gruppi ma le mie passioni musicali sono maggiormente concentrate negli altri due giorni.
Iniziamo presto: decidiamo di ripetere l'esperimento riuscito di venire in macchina e dopo un pranzo (tardivo: ci siamo svegliati all'una dopo la lunga nottata precedente, ancora pieni dei coriandoli e delle stelle filanti dei Flaming Lips) al chiringuito sulla spiaggia, e verso le 5 siamo già a timbrare il cartellino.
Inizio soft: Avi Buffalo (bravini) e Monochrome Set (divertentini, ma dopo tre o quattro canzoni iniziano a sfrantecare la mentula) e qualche canzone di M Ward (bravo, davvero, nel suo essere "classico"), poi seguo l'entusiasmo incontenibile dei miei compari al palco Llevant dove sono di scena i National. "Purtroppo" devo ripetere il giudizio dato dopo il concerto milanese di qualche anno fa: bravissimi, stilosi, con un repertorio di ottime canzoni, ma. Ma a me manca qualcosa: non riescono ad accendermi la passione. Il concerto mi é piaciuto, a tratti anche tanto: ma alla fine non mi prende la smania di andarmeli ad ascoltare su disco, e per come sono fatto io non é un buon segno. Sul palco sale anche Sufjan Stevens in un paio di brani, così alla fine possiamo bullarci di aver visto anche lui.
Poi, di corsa (per quanto mi permette il mio piede di nuovo dolorante) a vedere i Belle & Sebastian: la lontananza dei due palchi ci fa perdere la prima canzone, arriviamo a metà di Cuckoo e scattano i coretti. Prima cosa che notiamo: il volume basso e l'aumento di peso di Stevie Jackson, improvvisamente ciccione. Suart Murdoch, lui ormai è sempre più fighetto e piacione. Scaletta in parte insolita, che pesca poco dall'ultimo Álbum e molto da "Dear Catastrophe Waitress" e dal passato, concludendosi nientedimenoché con "Judy and the dream of horses" e "Sleep the clock around". Bravi come sempre, forse ormai un po' troppo scontati, o sarò io che li ho visti troppe volte per riuscire a stupirmi ancora?
Il tempo di riposare un po' le stanche membra, seduti a sentire qualche pezzo degli Explosions in the Sky (scelti perchè somigliano ai Mogwai, che sappiamo già che non vedremo il giorno successivo), e andiamo a prendere posto per l'evento della serata: il primo concerto dei Pulp dopo 10 anni di separazione. L'attesa non sarà tradita, con Jarvis Cocker mattatore assoluto e che conferma l'ottima impressione fatta due anni fa sullo stesso palco (ma allora la birra sponsor era l'altra): voce da brivido, movenze divine, discorsi intelligenti, carisma da vendere. Un figo spaziale, molt maco, come direbbero qui. E le canzoni dei Pulp che non hanno perso il loro smalto. senz'altro uno degli apici assoluti del festival.
Raccolgo il mio piede, timbriamo il cartellino d'uscita e ci avviamo alla macchina, come una combriccola di vecchietti malandati: chi ha mal di schiena, chi l'allergia, chi - io - un coltello piantato nel malleolo. È un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo.
(... continua...)
Iniziamo presto: decidiamo di ripetere l'esperimento riuscito di venire in macchina e dopo un pranzo (tardivo: ci siamo svegliati all'una dopo la lunga nottata precedente, ancora pieni dei coriandoli e delle stelle filanti dei Flaming Lips) al chiringuito sulla spiaggia, e verso le 5 siamo già a timbrare il cartellino.
Inizio soft: Avi Buffalo (bravini) e Monochrome Set (divertentini, ma dopo tre o quattro canzoni iniziano a sfrantecare la mentula) e qualche canzone di M Ward (bravo, davvero, nel suo essere "classico"), poi seguo l'entusiasmo incontenibile dei miei compari al palco Llevant dove sono di scena i National. "Purtroppo" devo ripetere il giudizio dato dopo il concerto milanese di qualche anno fa: bravissimi, stilosi, con un repertorio di ottime canzoni, ma. Ma a me manca qualcosa: non riescono ad accendermi la passione. Il concerto mi é piaciuto, a tratti anche tanto: ma alla fine non mi prende la smania di andarmeli ad ascoltare su disco, e per come sono fatto io non é un buon segno. Sul palco sale anche Sufjan Stevens in un paio di brani, così alla fine possiamo bullarci di aver visto anche lui.
Poi, di corsa (per quanto mi permette il mio piede di nuovo dolorante) a vedere i Belle & Sebastian: la lontananza dei due palchi ci fa perdere la prima canzone, arriviamo a metà di Cuckoo e scattano i coretti. Prima cosa che notiamo: il volume basso e l'aumento di peso di Stevie Jackson, improvvisamente ciccione. Suart Murdoch, lui ormai è sempre più fighetto e piacione. Scaletta in parte insolita, che pesca poco dall'ultimo Álbum e molto da "Dear Catastrophe Waitress" e dal passato, concludendosi nientedimenoché con "Judy and the dream of horses" e "Sleep the clock around". Bravi come sempre, forse ormai un po' troppo scontati, o sarò io che li ho visti troppe volte per riuscire a stupirmi ancora?
Il tempo di riposare un po' le stanche membra, seduti a sentire qualche pezzo degli Explosions in the Sky (scelti perchè somigliano ai Mogwai, che sappiamo già che non vedremo il giorno successivo), e andiamo a prendere posto per l'evento della serata: il primo concerto dei Pulp dopo 10 anni di separazione. L'attesa non sarà tradita, con Jarvis Cocker mattatore assoluto e che conferma l'ottima impressione fatta due anni fa sullo stesso palco (ma allora la birra sponsor era l'altra): voce da brivido, movenze divine, discorsi intelligenti, carisma da vendere. Un figo spaziale, molt maco, come direbbero qui. E le canzoni dei Pulp che non hanno perso il loro smalto. senz'altro uno degli apici assoluti del festival.
Raccolgo il mio piede, timbriamo il cartellino d'uscita e ci avviamo alla macchina, come una combriccola di vecchietti malandati: chi ha mal di schiena, chi l'allergia, chi - io - un coltello piantato nel malleolo. È un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo.
(... continua...)
martedì 31 maggio 2011
Primavera Sound 2011: primer día
Terzo Primavera Sound per il sottoscritto, e secondo anno consecutivo sull'impegnativa distanza dei tre giorni. In realtà quest'anno gli organizzatori hanno fatto le cose in grande, distribuendo l'impressionante cartellone su 5 giorni: mercoledì il via con i concerti al Poble Espanyol (Echo & the Bunnymen tra gli altri), addirittura con un anticipo il martedì alle due sale dell'Apolo (Eli Paperboy Reed in acustico il nome "forte", che mi perdo regolarmente ogni volta che passa per Barna).
Nonostante questi prequel, e nonostante la coda di domenica sempre al Poble Espanyol (con il bis dei Mercury Rev), il festival vero e proprio resta concentrato nei tre giorni al Parc del Fòrum. E io quest'anno ci sono arrivato preoccupato, stanco e con la schiena rotta e un piede sifulo: ossia inizio nelle condizioni in cui dovrei finire sabato. Son vecchio per queste cose? Ma per favore.
Giovedì inizio blando, verso le 20, con gli Of Montreal (inutili e pure fastidiosi con tutte quelle piume e paillettes e finti lottatori di wrestling e vadaviaiciapp), e sotto subito con i PIL, primo nome storico in cartellone. Concertone, con il vecchio John "Marcio" Lydon a dir poco carismatico nel suo spolverino nero d'antan, occhi spiritati e scaracchio facile, con quell'inconfondibile voce cantilenante e il basso fantastico di Jah Wobble (lo so che non era lui, ma mi piace rimanere di quest'idea) a farla da padrone.
A seguire quello che rimarrà uno dei concerti da ricordare: Grinderman. Un'ora e rotti di furia blues, con Nick Cave solito animale da palcoscenico e i fidi Warren Ellis (sempre più bestiale con la sua barbona e le sue movenze sgraziate), il mitico Jim Sclavunos (in completo rosa come la sua batteria, ma uno che ha suonato con Bad Seeds, Sonic Youth e Cramps può vestirsi come cacchio gli pare) e Martyn P. Casey (ormai pure lui barbuto, basso micidiale) a pestare come forsennati. Enormi. Alla fine Nick invitava tutti ad andare a vedere i Suicide ("they are the real fucking thing"), che saranno alla fine la band più citata del festival.
Non ci sono andato. Ho scelto invece gli Interpol, che però come su disco mi hanno lasciato abbastanza indifferenti, per finire alla grande con il concerto più atteso di questa prima giornata, che non ha deluso le attese e ha infiammato la folla rimasta stoicamente ad aspettare fino alle 2.15. É questo l'orario in cui inizia la solita festa fatta di coriandoli, luci stroboscopiche, manone giganti che sparano laser, ballerini arrivati dritti dal Mago di Oz, un cantante afono con collo di pelliccia che cammina sul pubblico in una bolla di plastica, un polistrumentista che parla solo in falsetto e "suona" un telefono cellulare, e un bassista ex-capellone con maglietta dell'Unione Sovietica. C'é chi dice sia una baracconata fine a sé stessa, chi sostiene siano geniali: io so solo che me li vedrei ogni sera e mi divertirei ogni volta come un pazzo. Signori: i Flaming Lips!!!!!
Musica a parte, protagonista di questa prima giornata é stata la disorganizzazione. Code ovunque, a iniziare dall'ingresso per chi doveva cambiare il biglietto cartaceo con il tesserino+braccialetto (noi no: benedetto sia Paypal). I palchi principali, il Sant Miguel e il Llevant, lontanissimi tra di loro, il sistema delle tessere prepagate per evitare le code ai bar ridicolmente collassato (conseguenza: code!)... Insomma, stavolta qualcosa é andato decisamente storto. Migliorerà, ma mica troppo, nei giorni successivi.
(...continua...)
Nonostante questi prequel, e nonostante la coda di domenica sempre al Poble Espanyol (con il bis dei Mercury Rev), il festival vero e proprio resta concentrato nei tre giorni al Parc del Fòrum. E io quest'anno ci sono arrivato preoccupato, stanco e con la schiena rotta e un piede sifulo: ossia inizio nelle condizioni in cui dovrei finire sabato. Son vecchio per queste cose? Ma per favore.
Giovedì inizio blando, verso le 20, con gli Of Montreal (inutili e pure fastidiosi con tutte quelle piume e paillettes e finti lottatori di wrestling e vadaviaiciapp), e sotto subito con i PIL, primo nome storico in cartellone. Concertone, con il vecchio John "Marcio" Lydon a dir poco carismatico nel suo spolverino nero d'antan, occhi spiritati e scaracchio facile, con quell'inconfondibile voce cantilenante e il basso fantastico di Jah Wobble (lo so che non era lui, ma mi piace rimanere di quest'idea) a farla da padrone.A seguire quello che rimarrà uno dei concerti da ricordare: Grinderman. Un'ora e rotti di furia blues, con Nick Cave solito animale da palcoscenico e i fidi Warren Ellis (sempre più bestiale con la sua barbona e le sue movenze sgraziate), il mitico Jim Sclavunos (in completo rosa come la sua batteria, ma uno che ha suonato con Bad Seeds, Sonic Youth e Cramps può vestirsi come cacchio gli pare) e Martyn P. Casey (ormai pure lui barbuto, basso micidiale) a pestare come forsennati. Enormi. Alla fine Nick invitava tutti ad andare a vedere i Suicide ("they are the real fucking thing"), che saranno alla fine la band più citata del festival.
Non ci sono andato. Ho scelto invece gli Interpol, che però come su disco mi hanno lasciato abbastanza indifferenti, per finire alla grande con il concerto più atteso di questa prima giornata, che non ha deluso le attese e ha infiammato la folla rimasta stoicamente ad aspettare fino alle 2.15. É questo l'orario in cui inizia la solita festa fatta di coriandoli, luci stroboscopiche, manone giganti che sparano laser, ballerini arrivati dritti dal Mago di Oz, un cantante afono con collo di pelliccia che cammina sul pubblico in una bolla di plastica, un polistrumentista che parla solo in falsetto e "suona" un telefono cellulare, e un bassista ex-capellone con maglietta dell'Unione Sovietica. C'é chi dice sia una baracconata fine a sé stessa, chi sostiene siano geniali: io so solo che me li vedrei ogni sera e mi divertirei ogni volta come un pazzo. Signori: i Flaming Lips!!!!!(...continua...)
lunedì 18 aprile 2011
crisi d'identità
A Barcellona in questi giorni si è svolto il 29simo Salòn del Còmic, una delle fiere del fumetto più importanti a livello europeo. Due anni fa me l'ero goduto, conoscendo autori a me cari come Mike Mignola e Jim Lee; l'anno scorso molto meno, riuscendo a passarci solo di sfuggita prima di un viaggio di lavoro e perdendo così l'opportunità di farmi ore di coda per un disegnino del mio adorato Jeff Smith.
Quest'anno non avrei dovuto esserci, dato che per una settimana intera sono stato sballottato a destra e a manca sempre per ragioni lavorative; alla fine invece ho deciso di anticipare il rientro a sabato rinunciando a un weekend a casa proprio per poter andare al Salòn.
Gli ospiti d'onore di quest'anno erano interessanti: gli americani Kurt Busiek, Brian Azzarello, Brent Anderson, gli inglesi Eddie Campbell e Glen Fabry, l'irlandese Garth Ennis, il norvegese Jason che ultimamente mi attizza parecchio, oltre a una nutrita rappresentanza italiana anche se i nomi più noti non erano proprio d'avanguardia (i bonelliani storici Castelli, Alessandrini, Stano).
Alla fine ho deciso di non andare. Ero stanco morto, oggi un mal di testa clamoroso mi ha fatto propendere per una siesta pomeridiana più che per una camminata al Montjuïc. Lo so, un nerd fumettaro che si rispetti avrebbe dovuto passare sopra tutto, altro che mal di testa: e le scuse ulteriori che ho trovato mi hanno davvero messo in crisi. "Pagare 6 euro d'ingresso per cosa? Che poi si trovano gli stessi fumetti che vedo ogni settimana in fumetteria", oppure "Se vado finisce che spendo un sacco di soldi, fumetti da leggere ne ho per un sacco di tempo" e ancora "Comprerei magari un'altra maglietta, l'ennesima, che non so nemmeno quando mettermele tutte". Insomma: che mi succede? Un ripensamento? Un cambio di vita? Una malattia mentale improvvisa? L'età che avanza?
Col senno di poi, mi dispiace di non aver potuto incontrare Igort, lui sì che l'avrei conosciuto volentieri. Gli avrei fatto i complimenti per il suo ottimo lavoro sia come autore (il suo "Quaderni ucraini" è in coda sul mio comodino, lo inizierò appena terminato "Gaza 1956" di Joe Sacco) sia come editore (la sua benemerita Coconino Press sta pubblicando senza ombra di dubbio tra i migliori graphic novel in Italia ed è una delle principali protagoniste positive della rinascita del fumetto d'autore nel nostro disastrato paese). Avrei conosciuto volentieri anche alcuni autori spagnoli, come Paco Roca e Miguel Gallardo, oltre al catalanissimo Juanjo Sáez ("piacere", gli avrei detto, "siamo amici su facebook").
Della mostra sugli Zombi non me ne fregava nulla, mentre probabilmente sarebbe stata interessante quella intitolata "Comicats" dedicata ovviamente ai gatti nel fumetto, e qualcuna delle conferenze in programma. E si, al 99% avrei speso soldi in fumetti, magliette, tazze, avrei fatto un dispendiosissimo salto allo stand delle Edizioni del Grifo, dove l'anno scorso comprai quelle magnifiche stampe del Pinocchio di Frezzato e di Zezelj che non ho ancora appeso a nessun muro, e due anni fa i Jagger&Richards di Tanino Liberatore che, quelli si, campeggiano nel salotto della mia casa di Barna.
Non l'ho fatto. Spero sia stato davvero solo per il mal di testa e la stanchezza, non sopporterei l'idea di essere cresciuto improvvisamente, a 39 anni suonati.
Quest'anno non avrei dovuto esserci, dato che per una settimana intera sono stato sballottato a destra e a manca sempre per ragioni lavorative; alla fine invece ho deciso di anticipare il rientro a sabato rinunciando a un weekend a casa proprio per poter andare al Salòn.
Gli ospiti d'onore di quest'anno erano interessanti: gli americani Kurt Busiek, Brian Azzarello, Brent Anderson, gli inglesi Eddie Campbell e Glen Fabry, l'irlandese Garth Ennis, il norvegese Jason che ultimamente mi attizza parecchio, oltre a una nutrita rappresentanza italiana anche se i nomi più noti non erano proprio d'avanguardia (i bonelliani storici Castelli, Alessandrini, Stano).
Alla fine ho deciso di non andare. Ero stanco morto, oggi un mal di testa clamoroso mi ha fatto propendere per una siesta pomeridiana più che per una camminata al Montjuïc. Lo so, un nerd fumettaro che si rispetti avrebbe dovuto passare sopra tutto, altro che mal di testa: e le scuse ulteriori che ho trovato mi hanno davvero messo in crisi. "Pagare 6 euro d'ingresso per cosa? Che poi si trovano gli stessi fumetti che vedo ogni settimana in fumetteria", oppure "Se vado finisce che spendo un sacco di soldi, fumetti da leggere ne ho per un sacco di tempo" e ancora "Comprerei magari un'altra maglietta, l'ennesima, che non so nemmeno quando mettermele tutte". Insomma: che mi succede? Un ripensamento? Un cambio di vita? Una malattia mentale improvvisa? L'età che avanza?
Col senno di poi, mi dispiace di non aver potuto incontrare Igort, lui sì che l'avrei conosciuto volentieri. Gli avrei fatto i complimenti per il suo ottimo lavoro sia come autore (il suo "Quaderni ucraini" è in coda sul mio comodino, lo inizierò appena terminato "Gaza 1956" di Joe Sacco) sia come editore (la sua benemerita Coconino Press sta pubblicando senza ombra di dubbio tra i migliori graphic novel in Italia ed è una delle principali protagoniste positive della rinascita del fumetto d'autore nel nostro disastrato paese). Avrei conosciuto volentieri anche alcuni autori spagnoli, come Paco Roca e Miguel Gallardo, oltre al catalanissimo Juanjo Sáez ("piacere", gli avrei detto, "siamo amici su facebook").
Della mostra sugli Zombi non me ne fregava nulla, mentre probabilmente sarebbe stata interessante quella intitolata "Comicats" dedicata ovviamente ai gatti nel fumetto, e qualcuna delle conferenze in programma. E si, al 99% avrei speso soldi in fumetti, magliette, tazze, avrei fatto un dispendiosissimo salto allo stand delle Edizioni del Grifo, dove l'anno scorso comprai quelle magnifiche stampe del Pinocchio di Frezzato e di Zezelj che non ho ancora appeso a nessun muro, e due anni fa i Jagger&Richards di Tanino Liberatore che, quelli si, campeggiano nel salotto della mia casa di Barna.
Non l'ho fatto. Spero sia stato davvero solo per il mal di testa e la stanchezza, non sopporterei l'idea di essere cresciuto improvvisamente, a 39 anni suonati.
sabato 2 aprile 2011
le compilescions
Ho nelle bozze da settimane uno scritto sul fare compilations: un tempo facevo cassette, poi sono diventati ciddì ma il concetto non cambia.
Ora posso buttare la mia bozza di post nel cestino, perchè Makkox ha fatto questo, naturalmente molto molto meglio di come avrei potuto fare io.
Leggetelo, e leggete Makkox in generale (millemila link riassunti qui, e poi facebook per chi c'è, in edicola su Animals e il Canemucco, e pure in libreria), che lui è proprio bravo.
Mi mancano le compilescions: sembra che ormai, in tempo di mp3 e funzioni "shuffle" non ce ne sia più bisogno, ma non è così. Devo rimettermi a cercare qualcuno per cui farne: che nasce tutto da lì, si sa.
Ora posso buttare la mia bozza di post nel cestino, perchè Makkox ha fatto questo, naturalmente molto molto meglio di come avrei potuto fare io.
Leggetelo, e leggete Makkox in generale (millemila link riassunti qui, e poi facebook per chi c'è, in edicola su Animals e il Canemucco, e pure in libreria), che lui è proprio bravo.
Mi mancano le compilescions: sembra che ormai, in tempo di mp3 e funzioni "shuffle" non ce ne sia più bisogno, ma non è così. Devo rimettermi a cercare qualcuno per cui farne: che nasce tutto da lì, si sa.
giovedì 31 marzo 2011
Concerti imprevisti: Roger Waters che fa "The Wall" @ Palau Sant Jordi
Roger Waters? Ancoooooraaa?!? E cosa suona? La stessa cosa da una vita: "The Wall"!!! Bastaaaaaa! Non se ne può più! E lo strillo pubblicitario ha persino il coraggio di scrivere "Dopo 30 anni, finalmente i fans dei Pink Floyd hanno l'opportunità di rivedere The Wall dal vivo!"
Finalmente? FINALMENTE??? Ma se non fa altro, se non parla d'altro, se nelle ultime tre decadi abbondanti (l'album é del '79) abbiamo sentito parlare di lui solo per lo sfrantecamento di maroni della storia di Pink, del padre morto ad Anzio, del suono di aerei che si schiantano al suolo e dell'ormai insopportabile chitarrina di "Another Brick" e annesso coro di bambini destacippa?!?
Detto questo.
All'ultimo momento ho preso il biglietto e ci sono andato. Perché insomma, "The Wall". I miei 18 anni e una musicassetta consumata, comprata a Spezia durante un infruttuoso blitz da Levanto (era lunedì, tutto chiuso, tranne una bancarella di cassette). E in Costa Azzurra col Ford Transit (o era il famigerato viaggio in Irlanda? Comunque col mitico furgone) nel '90, nel '92. E "In the flesh? In the flesh!". E soprattutto, checché se ne dica, uno dei dischi più significativi della musica rock: verboso, ossessivo, spezzettato, troppo lungo, con gli altri Pink Floyd relegati a figurine sullo sfondo (a Gilmour, Waters lasciò un paio di assoli dei suoi, con Mason e Wright semplici turnisti); secondo me, adoratore di Syd Barrett, un disco decisamente "minore" dei Floyd che ho amato e odiato in diversi periodi della mia vita. Mille difetti dunque, ma nonostante questo resta sempre "The Wall".
Quindi, eccomi qui al Palau Sant Jordi, persino in buona posizione nonostante l'acquisto dell'ultim'ora. Ho messo la maglietta di Les Claypool: spero avrebbe apprezzato il pensiero, lui che dei Pink Floyd é un estimatore. Il concerto é un vero spettacolo, con il muro che mattone dopo mattone viene costruito fino a coprire totalmente il gruppo alla fine del primo set, per poi fare da sfondo a fantasmagorici filmati ed effetti speciali nella seconda parte, fino al crollo fragoroso alla fine di "The Trial". Tutto come da copione, magari con poche sorprese per gli appassionati: il solito aereo che si schianta contro il muro, i pupazzoni, il coro dei bambini destacippa ("bravo als nens", dice Waters in pseudocatalà), i filmati tratti dal famoso/noioso film di Alan Parker, l'immancabile porco volante che se non ci fosse stato ci saremmo rimasti tutti male. Qualche momento toccante anche se tutto sommato scontato: le foto di persone scomparse in varie guerre, dall'immancabile signor Waters Senior ai caduti in Iraq di ambo le parti; un giovane Roger che canta "Mother" a Earls Court nel 1980 e che si sovrappone in video a quello ingrigito di oggi; riferimenti alla drammatica attualità di questi anni violenti.
Un po' kitch, spesso un po' retorico, anche un po' "vecchio": 32 anni sono 32 anni per tutti. Le hit sentite mille volte e sempre a rischio di entrare nella temibile categoria della musica da supermercato ("Another Brick in the Wall part 2", "Confortably Numb", "Run Like Hell"), ma non ci sono storie: quando partono certe canzoni ("The Thin Ice", "Goodbye Blue Sky", "One of My Turns", "Hey You", "Vera", "Nobody Home", "Waiting for the Worms" con quel megafono) vengono i brividi e ci si rende conto di essere spettatori di un pezzetto di storia.
Insomma: pomposo finché si vuole, freddo forse, certamente autocelebrativo, ma confezionato da dio, visivamente (come da tradizione floydiana) ancor più che musicalmente. Un meccanismo perfetto a cui sono contento di aver assistito.
In the flesh?
In the flesh.
Finalmente? FINALMENTE??? Ma se non fa altro, se non parla d'altro, se nelle ultime tre decadi abbondanti (l'album é del '79) abbiamo sentito parlare di lui solo per lo sfrantecamento di maroni della storia di Pink, del padre morto ad Anzio, del suono di aerei che si schiantano al suolo e dell'ormai insopportabile chitarrina di "Another Brick" e annesso coro di bambini destacippa?!?
Detto questo.
All'ultimo momento ho preso il biglietto e ci sono andato. Perché insomma, "The Wall". I miei 18 anni e una musicassetta consumata, comprata a Spezia durante un infruttuoso blitz da Levanto (era lunedì, tutto chiuso, tranne una bancarella di cassette). E in Costa Azzurra col Ford Transit (o era il famigerato viaggio in Irlanda? Comunque col mitico furgone) nel '90, nel '92. E "In the flesh? In the flesh!". E soprattutto, checché se ne dica, uno dei dischi più significativi della musica rock: verboso, ossessivo, spezzettato, troppo lungo, con gli altri Pink Floyd relegati a figurine sullo sfondo (a Gilmour, Waters lasciò un paio di assoli dei suoi, con Mason e Wright semplici turnisti); secondo me, adoratore di Syd Barrett, un disco decisamente "minore" dei Floyd che ho amato e odiato in diversi periodi della mia vita. Mille difetti dunque, ma nonostante questo resta sempre "The Wall".
Quindi, eccomi qui al Palau Sant Jordi, persino in buona posizione nonostante l'acquisto dell'ultim'ora. Ho messo la maglietta di Les Claypool: spero avrebbe apprezzato il pensiero, lui che dei Pink Floyd é un estimatore. Il concerto é un vero spettacolo, con il muro che mattone dopo mattone viene costruito fino a coprire totalmente il gruppo alla fine del primo set, per poi fare da sfondo a fantasmagorici filmati ed effetti speciali nella seconda parte, fino al crollo fragoroso alla fine di "The Trial". Tutto come da copione, magari con poche sorprese per gli appassionati: il solito aereo che si schianta contro il muro, i pupazzoni, il coro dei bambini destacippa ("bravo als nens", dice Waters in pseudocatalà), i filmati tratti dal famoso/noioso film di Alan Parker, l'immancabile porco volante che se non ci fosse stato ci saremmo rimasti tutti male. Qualche momento toccante anche se tutto sommato scontato: le foto di persone scomparse in varie guerre, dall'immancabile signor Waters Senior ai caduti in Iraq di ambo le parti; un giovane Roger che canta "Mother" a Earls Court nel 1980 e che si sovrappone in video a quello ingrigito di oggi; riferimenti alla drammatica attualità di questi anni violenti.
Un po' kitch, spesso un po' retorico, anche un po' "vecchio": 32 anni sono 32 anni per tutti. Le hit sentite mille volte e sempre a rischio di entrare nella temibile categoria della musica da supermercato ("Another Brick in the Wall part 2", "Confortably Numb", "Run Like Hell"), ma non ci sono storie: quando partono certe canzoni ("The Thin Ice", "Goodbye Blue Sky", "One of My Turns", "Hey You", "Vera", "Nobody Home", "Waiting for the Worms" con quel megafono) vengono i brividi e ci si rende conto di essere spettatori di un pezzetto di storia.Insomma: pomposo finché si vuole, freddo forse, certamente autocelebrativo, ma confezionato da dio, visivamente (come da tradizione floydiana) ancor più che musicalmente. Un meccanismo perfetto a cui sono contento di aver assistito.
In the flesh?
In the flesh.
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mercoledì 16 marzo 2011
per la serie "Musici sottovalutati": Matt Johnson e i THE THE (che poi è la stessa cosa)
Ancora una volta, colpa del noleggio cd di via Soncino a Milano.
Era il 1993 ed ero in pieno periodo di scoperta musicale, e il negozietto vicino a via Torino era una gran manna dal cielo, in anni in cui ancora internet e il download non si sapeva nemmeno cosa fossero (pare di parlare di un'altra era geologica, eppure son passati "solo" 18 anni) (DICIOTT'ANNI??? AAAAAAH!).
Insomma, arriva un bel giorno in cui insieme a chissà cos'altro decido di noleggiare "Dusk", album fresco di stampa di un gruppo inglese dallo strano nome: "The The", nome dietro cui si cela il solo Matt Johnson di volta in volta accompagnato da musicisti diversi. In quegli anni il buon Matt suonava circondato da un gruppo vero e proprio: James Eller (già con Julian Cope), Dave Palmer, D.C. Collard e soprattutto l'ex-Smiths Johnny Marr alla chitarra. Nientepopodimenoche. Avevo già letto ottime recensioni, io cresciuto a pane e Mucchio Selvaggio (e, in quel periodo, onnivoro: Rumore, Rockerilla e a volte persino Buscadero. Ma poco.), ma le aspettative non erano altissime: tutto sommato i The The non erano certo una stella di prima grandezza, almeno in Italia. Non immaginavo che inserendo il cd nel lettore sarebbe stata una tale folgorazione: gente, "Dusk" era il disco perfetto, e lo è ancora a distanza di così tanto tempo.
Un inizio strano, con un gracchiare di vinile che fa da sottofondo al solo Matt Johnson e alla sua chitarra acustica in un'introduzione mezzo parlata e mezzo urlata apparentemente live, con ammiccamenti vocali tra "ooooh" e risate del (finto?) pubblico. É "True happyness this way lies", splendida e struggente con quel suono delle corde dell'acustica in primo piano. Da lì in poi, una sequenza di canzoni una più bella dell'altra, senza cali di tono: dopo l'inizio in solitaria, a Johnson si aggiunge il gruppo ed è un torrido organo a segnare il sound della successiva "Love is stronger than death". Quante volte ho riascoltato le ultime note della canzone, con l'Hammond che vibra e cambia e si stratifica, ogni volta in un modo apparentemente differente! E poi, a seguire, un filotto di capolavori: "Dogs of Lust" (ricordo il video con il gruppo sudatissimo a suonare in una stanza riscaldata ad arte, a sottolineare il testo When you're lustful, when you're lonely and the heat is rising slowly), il crescendo di "This is the night" che muta senza stacchi nella splendida "Slow emotion replay", che solo in un mondo ingiusto e superficiale come il nostro non é diventata un hit internazionale. E che testo! The more I see, The less I know (...) Everybody knows what's going wrong with the world, but I don't even know what's going on in myself (...) I'm just a slow emotion replay of somebody I used to be...
E via verso il finale: "Helpline operator", "Sodium light baby", "Bluer than midnight" e la conclusiva "Lonely planet" (If you can't change the world change yourself), inframmezzate solo dalla quasi strumentale e intima "Lung shadows".
Uno spettacolo. Malinconia e gioia, melodia e rumore, morbidezza e ruvidità, sole e luna, in questo grande album c'é davvero tutto quello che cerco in un disco.
Matt Johnson ha scritto altri grandi album, in particolare il precedente "Mind Bomb", con lo stesso identico gruppo, e grandissime canzoni, sempre con intensità e con elevatissima qualità sia a livello di testi che di soluzioni musicali, ma a mio parere mai con questa completezza.
Un innovatore, capace di passare con naturalezza attraverso diversi stili musicali trovando sempre melodie e arrangiamenti allo stesso tempo semplici e così sorprendenti, pur mantenendo uno squisito gusto pop. Poche le note fuori posto, e testi spesso impegnati e importanti, spesso anticipatori di temi di grande rilevanza sociale (si pensi a "Armageddon days are here again", in cui Johnson nel 1986 criticava aspramente l'uso della religione per fini decisamente terreni e anticipava il tema del conflitto tra religioni che sarebbe diventato drammatica realtà più di dieci anni più tardi).
É dal 2000 che Matt Johnson non pubblica un nuovo album di canzoni (l'anno scorso uscì la colonna sonora del film "Tony", tutta strumentale, a 10 anni dall'ultimo "NakedSelf"); dedicandosi apparentemente più all'impegno sociale che alla musica e facendoci arrivare sue notizie attraverso il suo sito. Davvero mi auguro che non ci faccia aspettare ancora molto, abbiamo bisogno di una voce così talentuosa e fuori dal coro.
Era il 1993 ed ero in pieno periodo di scoperta musicale, e il negozietto vicino a via Torino era una gran manna dal cielo, in anni in cui ancora internet e il download non si sapeva nemmeno cosa fossero (pare di parlare di un'altra era geologica, eppure son passati "solo" 18 anni) (DICIOTT'ANNI??? AAAAAAH!).
Insomma, arriva un bel giorno in cui insieme a chissà cos'altro decido di noleggiare "Dusk", album fresco di stampa di un gruppo inglese dallo strano nome: "The The", nome dietro cui si cela il solo Matt Johnson di volta in volta accompagnato da musicisti diversi. In quegli anni il buon Matt suonava circondato da un gruppo vero e proprio: James Eller (già con Julian Cope), Dave Palmer, D.C. Collard e soprattutto l'ex-Smiths Johnny Marr alla chitarra. Nientepopodimenoche. Avevo già letto ottime recensioni, io cresciuto a pane e Mucchio Selvaggio (e, in quel periodo, onnivoro: Rumore, Rockerilla e a volte persino Buscadero. Ma poco.), ma le aspettative non erano altissime: tutto sommato i The The non erano certo una stella di prima grandezza, almeno in Italia. Non immaginavo che inserendo il cd nel lettore sarebbe stata una tale folgorazione: gente, "Dusk" era il disco perfetto, e lo è ancora a distanza di così tanto tempo.
Un inizio strano, con un gracchiare di vinile che fa da sottofondo al solo Matt Johnson e alla sua chitarra acustica in un'introduzione mezzo parlata e mezzo urlata apparentemente live, con ammiccamenti vocali tra "ooooh" e risate del (finto?) pubblico. É "True happyness this way lies", splendida e struggente con quel suono delle corde dell'acustica in primo piano. Da lì in poi, una sequenza di canzoni una più bella dell'altra, senza cali di tono: dopo l'inizio in solitaria, a Johnson si aggiunge il gruppo ed è un torrido organo a segnare il sound della successiva "Love is stronger than death". Quante volte ho riascoltato le ultime note della canzone, con l'Hammond che vibra e cambia e si stratifica, ogni volta in un modo apparentemente differente! E poi, a seguire, un filotto di capolavori: "Dogs of Lust" (ricordo il video con il gruppo sudatissimo a suonare in una stanza riscaldata ad arte, a sottolineare il testo When you're lustful, when you're lonely and the heat is rising slowly), il crescendo di "This is the night" che muta senza stacchi nella splendida "Slow emotion replay", che solo in un mondo ingiusto e superficiale come il nostro non é diventata un hit internazionale. E che testo! The more I see, The less I know (...) Everybody knows what's going wrong with the world, but I don't even know what's going on in myself (...) I'm just a slow emotion replay of somebody I used to be... E via verso il finale: "Helpline operator", "Sodium light baby", "Bluer than midnight" e la conclusiva "Lonely planet" (If you can't change the world change yourself), inframmezzate solo dalla quasi strumentale e intima "Lung shadows".
Uno spettacolo. Malinconia e gioia, melodia e rumore, morbidezza e ruvidità, sole e luna, in questo grande album c'é davvero tutto quello che cerco in un disco.
Matt Johnson ha scritto altri grandi album, in particolare il precedente "Mind Bomb", con lo stesso identico gruppo, e grandissime canzoni, sempre con intensità e con elevatissima qualità sia a livello di testi che di soluzioni musicali, ma a mio parere mai con questa completezza.
Un innovatore, capace di passare con naturalezza attraverso diversi stili musicali trovando sempre melodie e arrangiamenti allo stesso tempo semplici e così sorprendenti, pur mantenendo uno squisito gusto pop. Poche le note fuori posto, e testi spesso impegnati e importanti, spesso anticipatori di temi di grande rilevanza sociale (si pensi a "Armageddon days are here again", in cui Johnson nel 1986 criticava aspramente l'uso della religione per fini decisamente terreni e anticipava il tema del conflitto tra religioni che sarebbe diventato drammatica realtà più di dieci anni più tardi).É dal 2000 che Matt Johnson non pubblica un nuovo album di canzoni (l'anno scorso uscì la colonna sonora del film "Tony", tutta strumentale, a 10 anni dall'ultimo "NakedSelf"); dedicandosi apparentemente più all'impegno sociale che alla musica e facendoci arrivare sue notizie attraverso il suo sito. Davvero mi auguro che non ci faccia aspettare ancora molto, abbiamo bisogno di una voce così talentuosa e fuori dal coro.
venerdì 11 febbraio 2011
sabato 5 febbraio 2011
alle origini del mito dei Cramps
Quando incontri sulla tua strada di musicofilo un gruppo come i Cramps, capisci dal primo impatto che la tua vita non potrà più essere la stessa. A me capitò, come per molta della musica che ho imparato ad amare, intorno al 1990/91 grazie al noleggio cd di via Soncino a Milano: credo che il primo loro album che provai fosse "Stay Sick!", allora uscito da poco, e da lì entrai in un mondo fantastico fatto di mostri, fantascienza, vocalizzi pazzeschi, chitarre distorte (e niente basso!!), immaginario fetish, film di serie Z, lascivia, voodoo, punk, garage, rockabilly e folle musica anni '50, il tutto sempre con quel tocco di fantastico umorismo kitch che li contraddistingueva. Da "The Creature from the Black Leather Lagoon" ad esplorare territori affini, non solo musicali, il passo fu breve: Screamin' Jay Hawkins, i Gun Club, Elvis e Jon Spencer, ma anche Ed Wood e la sua corte dei miracoli, Tim Burton, Russ Meyer, Pulp Fiction e chi più ne ha più ne metta.
Che gruppo meraviglioso!! Ci volle poco a coinvolgere i miei amici più affini musicalmente e a far adorare il culto dei Cramps anche a loro: riuscimmo anche a vederli dal vivo nel 1998 a Milano distruggere il palco dell'Aquatica (un tendone che fortunatamente durò poco). Era il tour di "Big Beat from Badsville", e veder uscire Lux e Ivy sul palco sulle note selvagge di "Cramp Stomp" fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita di frequentatore di concerti. L'altra immagine che ricordo di quel concerto è Claudio che si butta tra la folla a pogare con tanto di chiodo addosso durante l'interminabile bis di "Surfin' Bird", con Lux arrampicato sugli aplificatori e Ivy che sparava raffiche di white noise. Epico.

Ieri ricorreva il secondo anniversario della morte di Lux Interior, della sua sposa e compagna di sordide avventure Poison Ivy non si hanno più notizie e purtroppo non ci saranno nuovi album in futuro. Ma, dato che una buona metà della loro musica consisteva in cover di oscuri e sconosciuti pezzi degli anni '50 e '60, ci si può buttare su quelli per tenere viva la fiammella.
Ci sono in circolazione vari cd che raccolgono le versioni originali delle canzoni suonate poi dai Cramps sui loro album o dal vivo: la collezione più affidabile si intitola "Songs the Cramps Taught Us" e si può scaricare qui. Ottima anche la serie "Born Bad", sempre più o meno sulla stessa falsariga: sono 8 volumi, e li trovate qui; io ricordo che acquistai parecchi volumi in cd da Supporti Fonografici, che allora era ancora uno dei punti di riferimento della musica Indie a Milano. Indispensabile procurarsi anche il cd "The Purple Knif Show" con una trasmissione radiofonica dell'84 in cui l'atipico DJ era proprio Lux Interior, che ci dava dentro... beh, con la sua musica preferita.
C'è poi musica da loro amata ma mai suonata pubblicamente: Lux e Ivy erano grandi collezionisti di 45 giri totalmente sconosciuti ai più e il blogger Kogar, che ha tutta la mia ammirazione e incondizionata stima, si è messo a cercare la musica preferita dalla coppia d'oro del Psychobilly attraverso interviste, biografie e dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni, l'ha raccolta e l'ha resa scaricabile gratuitamente qui e qui: siamo ormai arrivati al Volume 15 dei "Lux&Ivy's Favorites" (per gli amici: LAIF), e tutte queste folli compilations sono letteralmente manna dal cielo.
Concludo l'omaggio con altre due veloci segnalazioni. Tra i blog che omaggiano i Cramps con archivi di foto e memorabilia, belli "Brain Steak Bikini", dedicato a tutti gli ultra twister, e "The Crypt of the Cramps". Infine, se ne avete voglia, leggetevi la pazza vita di Hasil Adkins, quello della "She Said" rifatta dai Cramps in modo ancora più assurdo - se possibile - e urlata a squarciagola da me e il resto della banda sotto la doccia gelida alla spiaggia di Levanto, più o meno ogni santa volta da quasi vent'anni a questa parte. Quella è il tipo di storia, e il tipo di loser, che piaceva a Lux e Ivy, e che piace un sacco anche a me. Uno che è stato capace di fare un intero album di canzoni dedicate ai polli, per dire: il che ci riporta a "Chicken" dei Cramps, e il cerchio si chiude.
R.I.P. Lux, Mad Daddy.
Che gruppo meraviglioso!! Ci volle poco a coinvolgere i miei amici più affini musicalmente e a far adorare il culto dei Cramps anche a loro: riuscimmo anche a vederli dal vivo nel 1998 a Milano distruggere il palco dell'Aquatica (un tendone che fortunatamente durò poco). Era il tour di "Big Beat from Badsville", e veder uscire Lux e Ivy sul palco sulle note selvagge di "Cramp Stomp" fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita di frequentatore di concerti. L'altra immagine che ricordo di quel concerto è Claudio che si butta tra la folla a pogare con tanto di chiodo addosso durante l'interminabile bis di "Surfin' Bird", con Lux arrampicato sugli aplificatori e Ivy che sparava raffiche di white noise. Epico.

Ieri ricorreva il secondo anniversario della morte di Lux Interior, della sua sposa e compagna di sordide avventure Poison Ivy non si hanno più notizie e purtroppo non ci saranno nuovi album in futuro. Ma, dato che una buona metà della loro musica consisteva in cover di oscuri e sconosciuti pezzi degli anni '50 e '60, ci si può buttare su quelli per tenere viva la fiammella.
Ci sono in circolazione vari cd che raccolgono le versioni originali delle canzoni suonate poi dai Cramps sui loro album o dal vivo: la collezione più affidabile si intitola "Songs the Cramps Taught Us" e si può scaricare qui. Ottima anche la serie "Born Bad", sempre più o meno sulla stessa falsariga: sono 8 volumi, e li trovate qui; io ricordo che acquistai parecchi volumi in cd da Supporti Fonografici, che allora era ancora uno dei punti di riferimento della musica Indie a Milano. Indispensabile procurarsi anche il cd "The Purple Knif Show" con una trasmissione radiofonica dell'84 in cui l'atipico DJ era proprio Lux Interior, che ci dava dentro... beh, con la sua musica preferita.
C'è poi musica da loro amata ma mai suonata pubblicamente: Lux e Ivy erano grandi collezionisti di 45 giri totalmente sconosciuti ai più e il blogger Kogar, che ha tutta la mia ammirazione e incondizionata stima, si è messo a cercare la musica preferita dalla coppia d'oro del Psychobilly attraverso interviste, biografie e dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni, l'ha raccolta e l'ha resa scaricabile gratuitamente qui e qui: siamo ormai arrivati al Volume 15 dei "Lux&Ivy's Favorites" (per gli amici: LAIF), e tutte queste folli compilations sono letteralmente manna dal cielo.Concludo l'omaggio con altre due veloci segnalazioni. Tra i blog che omaggiano i Cramps con archivi di foto e memorabilia, belli "Brain Steak Bikini", dedicato a tutti gli ultra twister, e "The Crypt of the Cramps". Infine, se ne avete voglia, leggetevi la pazza vita di Hasil Adkins, quello della "She Said" rifatta dai Cramps in modo ancora più assurdo - se possibile - e urlata a squarciagola da me e il resto della banda sotto la doccia gelida alla spiaggia di Levanto, più o meno ogni santa volta da quasi vent'anni a questa parte. Quella è il tipo di storia, e il tipo di loser, che piaceva a Lux e Ivy, e che piace un sacco anche a me. Uno che è stato capace di fare un intero album di canzoni dedicate ai polli, per dire: il che ci riporta a "Chicken" dei Cramps, e il cerchio si chiude.
R.I.P. Lux, Mad Daddy.
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